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mercoledì 20 novembre 2019

Sinassario della Festa dell'Entrata della Madre di Dio al Tempio

IL 21 DI QUESTO MESE, MEMORIA DELL’INGRESSO AL TEMPIO DELLA NOSTRA SOVRANA LA MADRE
DI DIO E SEMPRE VERGINE MARIA.




    Quando la santa e purissima bambina concessa da Dio al genere umano, reso sterile a causa del peccato, delle passioni e della morte, ebbe raggiunto l’età di due anni, il padre Gioacchino disse alla sua sposa: Portiamola al tempio del Signore, per compiere la promessa che abbiamo fatta di consacrarla all’Onnipotente fin dalla sua più giovane età. Ma Anna rispose: Aspettiamo fino al terzo anno, perché può darsi che lei invocherà suo padre e sua madre e non resterà nel tempio del Signore.

    Quando arrivò il terzo anno, i due sposi decisero di realizzare il loro voto e di offrire la loro bambina al tempio. Allora Gioacchino fece convocare delle fanciulle di Ebrei di razza pura, per scortarla con delle fiaccole e di precederla alla volta del tempio in modo che, attratta dalla luce, la bambina non fosse tentata di tornare indietro verso i genitori. Ma la santa Vergine, creata tutta pura ed innalzata da Dio fin dalla nascita ad un grado di virtù e d’amore verso le cose celesti superiore a quello di ogni altra creatura, si slanciò correndo verso il tempio. Superò le vergini della sua scorta e, senza uno sguardo per il mondo, si gettò tra le braccia del gran sacerdote Zaccaria che l’aspettava sulla sagrato in compagnia degli anziani. Zaccaria la benedisse dicendo: Il Signore ha glorificato il tuo nome in tutte le generazioni. È a te che negli ultimi giorni Egli rivelerà la redenzione che ha preparato per il suo popolo. E, cosa inaudita per gli uomini della vecchia alleanza, fece entrare la bambina nel Santo dei Santi, dove solo il gran sacerdote poteva entrare e solamente una volta l’anno, nel giorno della festa dell’Espiazione. La fece sedere sul terzo gradino dell’altare, ed il Signore fece allora discendere su di lei la sua grazia. Lei si alzò e si mise a danzare per esprimere la sua gioia. Tutti quelli che erano presenti furono affascinati, contemplando quello spettacolo annunciatore delle grandi meraviglie che Dio avrebbe tosto compiuto in lei.

    Avendo così lasciato il mondo, i suoi genitori ed ogni legame con le cose sensibili, la Santa Vergine restò nel tempio fino all’età di dodici anni.  In effetti, divenuta allora nubile, i sacerdoti e gli anziani temettero che lei insudiciasse il santuario, e la affidarono al casto Giuseppe, perché fosse il custode della sua verginità, fingendo di essere il suo fidanzato.  Durante questi nove anni, la Tutta Santa fu nutrita di un cibo spirituale portato da un angelo del Signore. Conduceva lì una vita celeste, superiore a quella dei primi genitori nel paradiso. Senza cure e senza passioni, superati i bisogni della natura e la tirannia dei piaceri dei sensi, ella viveva solo per Dio, con l’intelligenza fissa ad ogni momento nella contemplazione della Sua bellezza. Con la preghiera continua e la vigilanza su sé stessa, durante il soggiorno nel tempio, la santa fanciulla finì di purificare il suo cuore, che divenne un puro specchio dove si riflette la gloria di Dio. Si rivestì dello splendido ornamento delle virtù per prepararsi, come una fidanzata, alla venuta in lei del suo divino sposo, Cristo. Raggiunse una perfezione tale che riassunse in sé stessa tutta la santità del mondo e, divenuta simile a Dio per la virtù, attirò Dio a rendersi simile agli uomini con la Sua Incarnazione.

    Introdotta nel santuario in età in cui le altre bambine cominciano ad imparare, la Tutta Santa, dal fondo inaccessibile del Santuario, ascoltava ogni sabato le letture della Legge e dei Profeti fatta al popolo nella parte pubblica del tempio. Con l’intelligenza affinata dalla solitudine e dalla preghiera, Ella pervenne così alla conoscenza del senso più profondo dei misteri della Scrittura. Vivendo tra le cose sante e contemplando la propria purezza, comprese quale era stato il disegno di Dio lungo tutta la storia del suo popolo eletto. Comprese che tutto quel tempo era stato necessario perché Dio si preparasse una madre in mezzo a questa umanità ribelle, e che, pura bambina scelta da Dio, Lei doveva divenire il vero tempio vivente della divinità. Collocata nel sacro luogo ove erano deposti i simboli della promessa di Dio, la Vergine rivelava che è nella sua persona che si dovevano avverarsi le figure. È Lei il santuario, il tabernacolo del Verbo di Dio, l’arca della nuova alleanza, il vaso contenente la manna celeste, la verga germogliante di Aronne, la tavola della legge della grazia. È in Lei che le oscure profezie si svelano: Lei è la scala che unisce la terra ed il cielo scorta in sogno dal patriarca Giacobbe, la colonna di nubi che rivela la gloria di Dio, la nube lieve del profeta Isaia, la montagna non intagliata di Daniele, la porta chiusa attraverso la quale Dio è venuto a visitare gli uomini di Ezechiele, la fonte viva e sigillata che fece scaturire sopra di noi le acque della vita eterna. Contemplando spiritualmente queste meraviglie che dovevano aver luogo in Lei, senza comprendere ancora chiaramente come si sarebbero compiute, la Tutta Santa diresse la sua preghiera e la sua intercessione verso Dio ancora con più intensità, affinché il Signore si affretti a realizzare le sue promesse e salvi il genere umano dalla morte, venendo ad abitare tra gli uomini.

 Quando la Madre di Dio entrò nel Santo dei Santi, il tempo di preparazione e di prova dell’antica alleanza ebbe termine, e si celebra oggi il fidanzamento di Dio col genere umano. Ecco perché la Chiesa si rallegra ed esorta tutti coloro che amano Dio a ritirarsi essi stessi nel tempio del loro cuore per prepararvi la venuta del Signore, col silenzio e la preghiera, allontanandosi dai piaceri e dalle cure del mondo.



Le Synaxaire – Vies des Saints de l’Eglise Orthodoxe – Éditions «To Perivoli tis Panaghias»  - Thessalonique 1996
Traduzione del Dott. Antonino Perniciaro. 

giovedì 12 settembre 2019

Sinassario del 14 Settembre - La Universale esaltazione della Santa e Vivificante Croce del Signore

IL 14 DI QUESTO MESE FESTEGGIAMO L’UNIVERSALE
ESALTAZIONE DELLA PREZIOSA E VIVIFICANTE CROCE.





     Mentre si accingeva a marciare su Roma per opporsi al suo rivale Massenzio, che possedeva forze di molto superiori, Costantino il grande vide una notte il segno della vivificante Croce apparirgli sotto forma luminosa nel cielo, circondata dalla iscrizione: Con questo segno vincerai. Egli allora fece ornare i suoi stendardi del segno della croce e riportò una brillante vittoria che gli permise di pendere il potere su tutto il mondo romano e di assicurare il trionfo del Cristianesimo.
     Nel 25° anno del suo regno, Costantino mandò Elena, sua madre, a Gerusalemme per venerarvi i Santi Luoghi, ritrovarvi il posto del Santo Sepolcro e della Croce che i lavori di ingrandimento della città, effettuati da Adriano, avevano nascosto sotto le macerie.
     Grazie alle notizie trasmesse dalla tradizione orale, sant’Elena ritrovò il prezioso trofeo unitamente alle due croci sulle quali erano stati appesi i due ladroni e i tre chiodi che erano serviti per attaccare il corpo vivificante del Salvatore. Ma la regina si trovò in imbarazzo non potendo distinguere quale fosse la croce di Cristo. La guarigione di una donna morente all’accostamento del santo legno permise al patriarca di Gerusalemme Macario di riconoscerla, perché le altre due croci non operarono alcun miracolo. La regina e tutta la sua corte venerarono allora ed abbracciarono devotamente la Santa Croce. Il popolo che si era riunito numeroso in quei luoghi desiderava anch’esso di beneficiare di quella grazia, o almeno di vedere da lontano lo strumento della nostra redenzione, tanto il suo amore per Cristo era ardente. Allora il patriarca salì sull’ambone e, prendendo la croce con le due mani, la sollevò ben in alto alla vista di tutti, mentre la folla gridava: Kyrie elèison.
     È da quel giorno che i Santi Padri stabilirono di commemorare ogni anno l’Esaltazione della preziosa Croce in tutte le chiese, non solamente a ricordo di questo avvenimento, ma anche per manifestare che questo strumento di vergogna è diventato il nostro orgoglio e la nostra gioia.  
     Ricordando il gesto del patriarca ed innalzando la croce nelle quattro direzione dello spazio al canto del Kyrie elèison i Cristiani mostrano oggi che Cristo salendo sulla croce ha voluto riconciliare in Lui ogni cosa, unire tutte le estremità della creazione, l’altezza e la profondità, nel suo corpo, per permetterci di avere accesso presso il Padre.

Le Synaxaire – Vies des Saints de l’Eglise Orthodoxe – Éditions «To Perivoli tis Panaghias» 
Thessalonique 1996

giovedì 5 settembre 2019

Sinassario dell'8 Settembre - La nascita della Santissima Madre di Dio

L’8 di questo mese, Natività di Nostra Signora la Santissima Madre di Dio 
e sempre Vergine Maria.


    Il nostro Dio creò l’uomo e lo pose nel Paradiso affinché non si preoccupasse che di coltivare il bene e di contemplare Dio soltanto attraverso le sue opere. Ma, per la gelosia del demonio che sedusse Eva, la prima donna, Adamo cadde nel peccato e fu escluso dal paradiso di delizie. In seguito Dio diede le sue leggi agli uomini attraverso Mosè e fece conoscere le sue volontà per mezzo dei profeti, in preparazione di un beneficio più grande: l’incarnazione del suo unico Figlio, il Verbo di Dio che doveva liberarci dalla rete del malvagio. Assumendo la nostra natura, Cristo voleva partecipare pienamente della nostra condizione decaduta, eccetto che per il peccato, perché Lui solo è senza peccato, essendo Figlio di Dio. Per cui Dio Gli preparò una dimora immacolata, un’arca pura, la Santissima Vergine Maria, la quale, benché fosse Ella stessa sottomessa alla morte ed alla condanna dei nostri primi genitori, fu scelta da Dio fin dalla origine dei tempi per essere la nuova Eva, la madre del Cristo Salvatore, la sorgente della nostra redenzione ed il prototipo di ogni santità cristiana. 

    Suo padre si chiamava Gioacchino; discendeva dalla stirpe reale di David, dal ramo di Natan, suo figlio. Natan generò Levi, Levi generò Melchi e Pantera, Pantera generò Barpantera, padre di Gioacchino. Anna, la sposa di Gioacchino, discendeva anche lei dalla stirpe reale, perché era la nipote di Matta, lui stesso nipote di David, attraverso Salomone. Matta sposò una certa Maria della tribù di Giuda e diede origine a Giacomo, il padre di Giuseppe il falegname ed a tre ragazze: Maria, Sobea ed Anna. Maria diede origine a Salomè, la levatrice; Sabea ad Elisabetta, la madre del precursore, ed Anna alla Madre di Dio, Maria, la quale portava anche il nome di sua nonna e di sua zia. Elisabetta e Salomè, le nipoti di Anna, erano dunque cugine della Madre di Dio. 

    Secondo una divina economia e per mostrare la sterilità della natura umana prima della venuta di Cristo, Dio aveva lasciato Gioacchino ed Anna senza progenie fino ad età avanzata. Siccome Gioacchino era ricco e pio, non cessava di rivolgersi a Dio con la preghiera e di offrirgli doni affinché li liberasse, lui sua moglie, dal loro obbrobrio.  Un giorno di festa, allorché si era presentato al tempio per deporre la sua offerta, uno dei fedeli si rivolse a lui dicendo: Non ti è permesso presentare la tua offerta assieme a noi, perché tu non hai figli. Allora col cuore ferito Gioacchino non tornò a casa, ma si ritirò sulla montagna, solo, per pregare e versare lacrime davanti a Dio. Durante questo frangente anche Anna versava abbondanti lacrime ed elevava ferventi suppliche verso il cielo nel suo giardino. Il nostro Dio, ricco di misericordia e pieno di compassione, ascoltò le loro suppliche ed inviò presso Anna l’Arcangelo Gabriele, l’angelo della benevolenza di Dio e l’annunciatore della salvezza, per annunziarle che stava per concepire e dare la nascita ad un bambino, malgrado la sua età, e che si sarebbe parlato di questa progenie per tutta la terra. Ella rispose piena di gioia e di stupore: Come è vero che il Signore mio Dio esiste, se partorirò o un bambino o una bambina, lo consacrerò al Signore mio Dio, affinché lo serva tutti i giorni della sua vita.
    Anche Gioacchino ricevette la visita di un angelo che gli ordinò di mettersi in cammino con le sue greggi per tornare a casa e rallegrarsi con sua moglie e tutta la loro famiglia, perché Dio aveva deciso di mettere fine alla loro vergogna.

    Ora, passati nove mesi, Anna partorì.  Domandò alla levatrice: Che ho messo al mondo? Quella rispose: Una bambina. Ed Anna riprese: E’ stata glorificata in questo giorno l’anima mia. Quindi mise a letto delicatamente la bambina. Una volta compiuti i giorni della purificazione della madre prescritti dalla legge, ella si alzò, si lavò, diede il seno alla sua bambina e le diede il nome di Maria: il nome che avevano atteso confusamente i Patriarchi, i Giusti, i Profeti e attraverso il quale Dio doveva realizzare il progetto che teneva nascosto dalla origine del mondo. 

    Giorno dopo giorno la bambina si fortificava. Quando ebbe sei mesi la madre la mise a terra per vedere se si reggeva in piedi. Maria allora avanzò di sette passi sicuri, poi torno a rannicchiarsi nel grembo di sua madre. Anna la sollevò dicendo: Come è vero che esiste il Signore mio Dio, tu non calpesterai più questo suolo prima che io non ti porti al tempio del Signore. Poi ella costruì come un santuario nella stessa stanza della figlia, dove non entrasse niente meschino o di insudiciato dal mondo, e per giocare con la bambina fece venire alcune figlie di ebrei di razza pura. 

    Trascorso il primo anno della piccola, Gioacchino diede una festa. Invitò alcuni sacerdoti, degli scribi, i membri del Consiglio e tutto il popolo di Israele. Gioacchino presentò ai sacerdoti la sua figlioletta; quelli la benedissero dicendo: Dio dei nostri padri, benedici questa bambina e dalle un nome che sia ricordato eternamente da tutte le generazioni. E tutta la gente rispose: Così sia, così sia, amen. Gioacchino la presentò anche ai capi dei sacerdoti. Costoro la benedissero dicendo: Dio delle altezze sublimi, abbassa il tuo sguardo su questa piccola bambina, e dalle una benedizione suprema, una benedizione a nessun’altra pari.

    Sua madre portò Maria nel sacrario della sua stanza e le diede il seno indirizzando al Signore questo inno: Voglio cantare al Signore mio Dio un inno, perché Egli mi ha visitato ed ha scacciato da me l’oltraggio dei miei nemici, giacché il Signore mi ha donato un frutto della sua giustizia che è uno e molteplice nello stesso tempo. Chi annunzierà adesso ai figli di Ruben che Anna è madre? Annunciate, annunciate voi dodici tribù di Israele che Anna è madre! Poi ella posò la bambina nella stanza del santuario, uscì ed andò a servire gli invitati che si rallegravano e lodavano il Dio di Israele. 

Questo racconto si basa sul Protovangelo apocrifo di San Giacomo. Il suo valore storico è incerto, ed è per questo che non è inserito tra gli scritti ispirati; ma le sue evocazioni simboliche toccano una verità spesso così profonda come quella della storia. Ed è per questa ragione che la Chiesa ha assimilato questi elementi nella liturgia e nell’iconografia, per farne la materia prima del ciclo della Madre di Dio. Confronta ugualmente: Concezione di S. Anna (9 dicembre); Entrata al tempio della Madre di Dio (21 novembre), Annunciazione (25 marzo). 

Le Synaxaire – Vies des Saints de l’Eglise Orthodoxe – Éditions «To Perivoli tis Panaghias» Thessalonique 1996


domenica 4 agosto 2019

06 Agosto 2019 - La Metamorfosi del Signore - Sinassario

SEI AGOSTO
    Il 6 di questo mese celebriamo la memoria della santa Trasfigurazione del nostro Signore Dio e Salvatore Gesù Cristo.


    Sei giorni dopo avere detto ai suoi discepoli: Ce ne sono qui che non assaggeranno la morte prima di avere visto il regno di Dio venuto in potenza, Gesù prese con sé i suoi discepoli prediletti Pietro, Giacomo e Giovanni; e portandoli in disparte salì su un’alta montagna: il monte Tabor in Galilea per pregarvi. Aveva deciso infatti che coloro che stavano per assistere alla sua agonia al Getsemani e che sarebbero stati i testimoni privilegiati della passione, fossero preparati a questa prova con lo spettacolo della sua gloria. Pietro, perché aveva appena confessato la sua fede nella sua divinità; Giacomo, perché fu il primo a morire per Cristo e Giovanni che testimoniò con la sua esperienza della gloria divina facendo risonare come figli del tuono la teologia del Verbo incarnato.
 Li fece salire sulla montagna, in segno dell’ascensione spirituale che, di virtù in virtù, conduce alla carità, virtù suprema che apre l’accesso alla contemplazione di Dio. L’ascensione è infatti il riassunto di tutta la vita del Signore che, rivestito della nostra debolezza, ci ha aperto il cammino verso il Padre, insegnandoci che l’hesichia è la madre della preghiera e che è la preghiera che ci manifesta la gloria di Dio.
    E mentre pregava, improvvisamente l’aspetto del suo volto divenne un altro, Egli si trasfigurò e brillò come il sole, mentre i suoi vestiti divennero splendenti, di un bianco sfolgorante, così come nessun lavaggio al mondo può sbianchire. Il Verbo di Dio incarnato manifestò così lo splendore naturale della gloria divina che possedeva in Lui stesso e che aveva conservato dopo la sua incarnazione, ma che restava nascosta sotto il velo della carne. Dal momento della concezione nel seno della Vergine, infatti, la divinità si è unita senza confusione con la natura della carne, e la gloria divina è divenuta, ipostaticamente, gloria del corpo assunto. Quello che Cristo manifestava così ai suoi discepoli sul monte non era dunque uno spettacolo nuovo, ma la manifestazione sfolgorante della divinizzazione in Lui della natura umana, compreso il corpo, e della sua unione con lo splendore divino.
    Mentre il viso di Mosè aveva rifulso di una gloria che veniva dall’esterno dopo la rivelazione del monte Sinai, il volto di Cristo apparve sul Tabor come una fonte di luce, sorgente della vita divina resa accessibile all’uomo, e che si spandeva anche sui suoi vestiti, cioè sul mondo esteriore e sui prodotti dell’attività e della civilizzazione umane.
    Egli è trasfigurato, dice san Giovanni Damasceno, non già assumendo ciò che non era, ma mostrando ai suoi discepoli ciò che egli era, aprendo loro gli occhi e, da ciechi che erano, rendendoli vedenti.
    Cristo aprì gli occhi dei suoi discepoli, ed è con uno sguardo trasfigurato dalla potenza dello Spirito Santo che questi ultimi videro la luce divina indissolubilmente unita al suo corpo. Essi stessi furono dunque trasfigurati, ed è nella preghiera che poterono vedere e conoscere il cambiamento avvenuto alla natura umana per il fatto della sua unione col Verbo.
    Come è il sole per le cose sensibili, tale è Dio per quelle spirituali; per cui gli evangelisti riferiscono che il volto del Dio-uomo, che è la vera luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, brillava come il sole. Ma questa luce era in fatti incomparabilmente superiore ad ogni luce sensibile e, incapaci di sopportare il suo inaccessibile fulgore, i discepoli caddero a terra.
    Luce immateriale, increata e atemporale, era il Regno di Dio venuto nella potenza dello Spirito Santo, come il Signore aveva promesso ai suoi discepoli. Intravista allora per un istante, questa luce diverrà l’eredità permanente degli eletti nel Regno, quando Cristo verrà di nuovo, risplendente in tutto il fulgore della sua gloria. Egli tornerà nella luce, in questa luce che ha rifulso sul Tabor e che è scaturita dal sepolcro il giorno della sua resurrezione, e che, spandendosi sull’anima e sul corpo degli eletti, li farà risplendere anche loro come il sole. 
    Dio è luce e la sua visione è luce. Alla stessa maniera dei discepoli sulla sommità del Tabor, numerosi santi sono stati testimoni di questa manifestazione di Dio nella luce. Tuttavia la luce non è per loro soltanto oggetto di contemplazione, ma essa è anche la grazia deificante che permette loro di vedere Dio, di modo che si realizzano le parole del salmista: Nella tua luce, vedremo la luce.
    In seno a questa visione gloriosa, apparvero accanto al Signore Mosè ed Elia, le due cime del Vecchio Testamento, rappresentanti rispettivamente la Legge e i Profeti, che gli rendevano testimonianza come maestro dei vivi e dei morti. Ed essi si intrattenevano con lui, nella luce, dell’Esodo che Egli stava per compiere a Gerusalemme, cioè della sua passione, perché è per mezzo della passione e per mezzo della croce che questa gloria doveva essere data agli uomini.
    Usciti da loro stessi, rapiti nella contemplazione della luce divina, gli apostoli erano come oppressi dal sonno e, non sapendo ciò che diceva, Pietro disse a Gesù: Maestro, è bello che stiamo qui, e se vuoi faremo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia. Distogliendo il suo discepolo da questo desiderio troppo umano, che consisteva nel contentarsi della gioia terrestre della luce, il Signore mostrò loro allora una tenda migliore ed un tabernacolo di gran lunga superiore per mettere al riparo la sua gloria. Una nube luminosa li venne a coprire con la sua ombra, e la voce del Padre si fece sentire in seno a questa nube, portando testimonianza al Salvatore: Costui è il mio figlio diletto, in cui mi sono compiaciuto; ascoltatelo. Questa nube rappresentava la grazia dello Spirito di adozione; e, come al tempo del suo battesimo nel Giordano, la voce del Padre rendeva così testimonianza al Figlio e manifestava che le tre persone della Santa Trinità, sempre unite, collaborano alla salvezza dell’uomo.
    La luce di Dio, che aveva prima permesso ai discepoli di vedere Cristo, li fece accedere ad uno stato superiore alla visione e conoscenza umane quando sfolgorò più intensamente. Uscendo da tutto ciò che si vede, così come da essi stessi, essi entrarono allora nella tenebra super luminosa, nella quale Dio fa il suo rifugio, e chiudendo la porta dei loro sensi, vi ricevettero la rivelazione del mistero trinitario, che trascende ogni affermazione ed ogni negazione.
    Non ancora sufficientemente preparati alla rivelazione di tali misteri, perché essi non erano ancora passati attraverso la prova della Croce, i discepoli ne furono assai spaventati. Ma quando rialzarono la testa, videro Gesù, solo, ritornato al suo aspetto abituale, che si avvicinava ad essi e li rassicurava. Poi, scendendo dalla montagna, raccomandò loro di mantenere il silenzio su quello che avevano visto, finché il Figlio dell’uomo non sarà risorto dai morti.
    La festa di oggi è dunque per eccellenza quella della divinizzazione della nostra natura umana e della partecipazione del nostro corpo corrut-tibile ai beni eterni, che sono sopra la natura. Ancor prima di realizzare la nostra salvezza con la sua Passione, il Salvatore mostrò allora che lo scopo della sua venuta nel mondo era precisamente di condurre ogni uomo alla contemplazione della sua gloria divina. Per questa ragione la festa della Trasfigurazione ha conosciuto un favore particolare tra i monaci, che hanno consacrato la loro vita alla ricerca di questa luce.


Le Synaxaire – Vies des Saints de l’Eglise Orthodoxe – Éditions «To Perivoli tis Panaghias»
Thessalonique 1996

mercoledì 30 gennaio 2019

Spiegazione dell'Icona dell'Ypapandì


Descrizione dell’Icona

L’icona riproduce la scena dell’incontro e dell’abbraccio di Gesù col vecchio Simeone che avviene sulla soglia del tempio. Simeone abbraccia e adora colui che è la “luce per illuminare le genti” e la “gloria di Israele”. È l’incontro tra l’antica e la nuova alleanza. Simeone rispetto agli altri personaggi è posto più in alto, su un gradino, per indicare che egli si trovava nel tempio ed era in attesa della realizzazione delle promesse messianiche. Simeone ha il busto inclinato in segno di adorazione. Sul suo volto si legge la gioia e la commozione per la realizzazione delle promesse del Signore. Finalmente può vedere e abbracciare il suo Signore e cantare al Dio fedele: “ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola perché i miei occhi hanno visto la salvezza…”
Il bambino tra le braccia di Simeone è tutto proteso verso la madre in un gesto tenero che esprime da un lato tutta la vera umanità di Gesù, ma dall’altro, quella mano puntata verso la madre, è come se volesse indicare la partecipazione di Maria ai dolori del Figlio, è come se la mano del bambino indicasse non solo genericamente la madre, ma specificamente il suo cuore, facendo eco e sottolineando così le parole che Simeone dice in profezia a Maria: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.
Maria è al centro della scena. Tende le braccia a Simeone nel gesto del “dono” e della “consegna”. Maria sa che quel bambino, carne della sua carne, è il Salvatore del mondo, il “Figlio dell’Altissimo” come le aveva detto l’angelo Gabriele il giorno dell’Annunciazione”. Maria è ricoperta da un manto rosso porpora su una tunica blu. Sul manto sono visibili le tre stelle che indicano la sua perpetua verginità. Sopra di lei si innalza un baldacchino con una tenda rossa alzata. È il velo del tempio che impediva alla gente di poter vedere oltre. Quel velo ora è alzato, grazie alla venuta di Gesù che ci introduce direttamente alla contemplazione del volto misterioso del Padre che prima della sua venuta era inaccessibile. Nel Protovangelo di Giacomo si racconta che Maria fin dalla sua tenera età, era stata portata al tempio per essere consacrata al Signore, e fu scelta da Sommo sacerdote per tessere il velo del tempio. Questo lavoro di tessitura di un arredo così importate del tempio, vuole essere prefigurazione della sua maternità miracolosa: Maria “tesse” nel suo grembo l’umanità di Gesù, vero Dio e vero uomo. Dietro Maria, proprio alle sue spalle, si trova la profetessa Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Rimasta vedova dopo appena sette anni di matrimonio, si era consacrata al servizio del tempio ed aveva ottantaquattro anni. Si unisce alla lode e al ringraziamento di Simeone e col dito indica Maria e il Bambino per indicarci sia il motivo della loro attesa, che della loro gioia e anche per introdurci nella fede in Cristo Salvatore. È come se “l’antico testamento” ci mostrasse il “nuovo testamento”. Nella mano sinistra Anna ha un rotolo aperto su cui è scritta la frase: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele”, che è la profezia che Simeone fa sul bambino. Nell’estrema parte sinistra dell’icona c’è la figura di Giuseppe, che rappresenta l’uomo davanti al mistero: ha tra le mani l’offerta delle colombe, assiste muto e pieno di meraviglia a quanto viene detto del Bambino. L’offerta delle colombe sta a sottolineare lo stato di povertà della famiglia di Nazaret. Infatti la legge così prescriveva per le famiglie povere: “Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei ed essa sarà monda” (Lv 12,8).

giovedì 3 gennaio 2019

La Festa della Teofania del Signore al Giordano 6 Gennaio Aspetti liturgici ed iconografici

La Festa della Teofania del Signore al Giordano
6 Gennaio
Aspetti liturgici ed iconografici



La festa del 6 gennaio è, dopo quella di Pasqua e di Pentecoste, la festa maggiore del Calendario della Chiesa di rito bizantino; è anche, sotto certi aspetti, maggiore della festa del Natale. Le sono propri quattro giorni di proeortia, o vigilia, e otto di meteortia, o dopofesta. Il ciclo festivo inizia il 2 gennaio e si chiude al 14 successivo. Il 7 gennaio la festa è più particolarmente celebrativa di Giovanni Battista detto l'Amico dello Sposo.
Un testo dell'ufficiatura del 2 gennaio stabilisce il seguente paragone tra il Natale e l'Epifania: «Splendente era la festa appena trascorsa, più luminosa ancora è quella a venire; la prima fu annunciata dall'Angelo, la seconda fu preparata dal Precursore. Nell'una Betlemme singhiozzò sul sangue dei suoi figli, nell'altra le acque furono benedette e la fonte battesimale ha rigenerato figli senza numero. Allora, una stella indicò te ai Sapienti, ora il Padre te manifesta all'universo. Salvatore che ti sei incarnato e che vieni ora per manifestarti, Signore, gloria a te!».
La festa orientale è incentrata sul battesimo di Gesù nel fiume Giordano, per mano di Giovanni. L'episodio è riferito dai quattro Vangeli (Mt 3,16-17; Mc 1,9-11; Le 3,21-22; Gv 1,32-34).
Mosso da un senso di inadeguatezza, Giovanni si sottrae con umiltà all'invito, ma subito dopo piegandosi, distingue lo Spirito che scende sotto forma di colomba a posarsi sul capo di Gesù, mentre la voce, quella del Padre, proclama: «Questi è il mio Figlio prediletto».
Altro tema della festa, intimamente legato a quello del battesimo, è la manifestazione pubblica di Gesù quale Verbo incarnato e manifestazione del mistero della SS. Trinità. Il tema può riscontrarsi nei diversi appellativi della festa: Epifania, Teofania, festa delle Luci, ecc. Il Tropario della festa così canta: «Al tuo battesimo nel Guardano, Signore, si è manifestata l'adorazione dovuta alla Trinità: la voce del Genitore ti rese testimonianza nominandoti quale Figlio prediletto, e lo Spirito sotto forma di colomba confermò la parola. Cristo Dio, che ti sei manifestato e hai illuminato il mondo, gloria a te! ».
Il battesimo fu per Gesù la sua Pentecoste personale: lo Spirito, posato dall'eternità sul Verbo, purifica con l'immersione nell'acqua la natura umana assunta da lui, e con il proprio raggio la divinizza, immettendola fra le persone Trinitarie e nella figliolanza divina.

Lo Spirito posatosi su Gesù ebbe il suo riflesso anche sull'uomo e sul cosmo: da qui gli appellativi di «illuminazione» e di «luci» dati alla festa. Si intende il significato di luce trisolare che, tramite l'umanità di Gesù, scende e compenetra l'elemento acquoso e lascia l'impronta su Adamo, ottenebrato dal peccato. Così il battesimo di Gesù assume il tipo del battesimo nuovo che lacera le tenebre del peccato e rende ogni battezzato un figlio della luce di Dio. Questa simbologia spiega il perché dei due riti celebrati dalla Chiesa orientale: la solenne benedizione dell'acqua e il non meno solenne conferimento del battesimo al catecumeni. La benedizione dell'acqua esorcizza la materia e la rende lavacro di rigenerazione: «Tu stesso, Re amico degli uomini- dice la formula - sii presente ora per la venuta del tuo Spirito e santifica questa acqua. Conferisci ad essa la grazia della redenzione, la benedizione del Giordano. Rendila sorgente di incorruttibilità, dono di santificazione, lavacro dei peccati, rimedio contro le infermità, rovina per i demoni; rendila inaccessibile alle potenze contrarie, affinché tutti coloro che ne attingono e ne prendono, possano averla a purificazione dei corpi e delle anime, a medicamento contro le passioni, a santificazione delle case, a efficacia in ogni necessità ...».
Nei testi liturgici la festa dell'Epifania è qualificata come «il grande anno nuovo», e ciò perché «l'universo si rinnova nella luce della Trinità». Sino dalle origini la festa fu considerata momento scelto dai vescovi per annunciare alle rispettive Chiese il tempo della grande Quaresima e della celebrazione della Pasqua.
L'icona propria alla festa dell'Epifania è opera di anonimo iconografo di origine greca, risalente al 1600 circa, e si riporta fedelmente al racconto dei Vangeli, con il commento dato dalla Liturgia e dalle prescrizioni dei Manuali di pittura. Al centro emerge dal fiume la figura di Gesù e le acque la lambiscono, mentre la mano destra è benedicente un vecchio seduto nell'acqua. È questa la personificazione del fiume Giordano, così come riportata dai testi veterotestamentari che si ripetono nella ufficiatura; «Il Giordano si volse a ritroso» (Sal 104,3). Con la discesa nel fiume, il Signore purifica le acque. La lunga preghiera di benedizione delle acque, di cui abbiamo riportato sopra un brano, continua: «Oggi le onde del

Giordano sono cambiate in rimedio e tutta la creatura è irrorata da onde mistiche». Dall'inizio della propria missione, Gesù affronta gli elementi cosmici che nascondono potenze occulte e malefiche: l'acqua, l'aria, il deserto. La liturgia considera le acque non santificate quale immagine di morte, «sepolcro liquido». Nell'icona, di conseguenza, il fiume è rappresentato da cavità tenebrosa, grande tanto da contenere l'intero corpo del Signore. In tal modo si ha quella anticipazione della discesa nell'Ade, preludente alla ascesa dell'Anastasis, o Risurrezione. All'una e all'altra si ricollegano la immersione e la emersione, come comporta il rito battesimale.
In capo alla icona, un raggio di luce allude alla colomba e si riparte in tre raggi sul capo di Gesù. La discesa dello Spirito Santo sotto forma di colomba simboleggia l'alitare del Padre verso il Figlio. E la colomba, nell'evocare anche la colomba simbolo di pace dopo il diluvio universale, con la nuova discesa nelle acque del Giordano suscita la rinnovata nascita della creatura nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Il Battista è rappresentato inchinato in segno di rispetto, mentre la sua mano destra si alza sul capo di Gesù in atteggiamento di ammirazione per la nudità del Nuovo Adamo. Sulla destra appaiono quattro Angeli dalle ali diversamente colorate e soffuse dell'oro di luce divina. L'atteggiamento è di adorazione, le loro mani velate si muovono ad asciugare il corpo del Signore.

a.c. di Salvatore Perniciaro

La festa della teofania - il battesimo del Signore al Giordano

IL BATTESIMO DI GESÙ
(6 gennaio)



Il Precursore, vedendo avanzare per essere battezzato Colui che illumina ogni uomo, la nostra Illuminazione, si rallegrava nell'animo, eppure la mano sua tremava. Lo additò alla folla dicendo: «Ecco Colui che riscatta Israele, Colui che libera tutti dalla corruzione!» O Cristo, nostro Dio, immune da peccato, gloria a te!

Allorché il nostro Redentore riceveva il battesimo dal servo, ed era lo Spirito a scendere per rendere testimonianza, le schiere degli Angeli ebbero un fremito nel vederlo. Ma una voce, quella del Padre, fece eco: «Questi, sul capo del quale il Precursore impone la Piano, è il Figlio mio diletto, in cui ho posto il mio favore». O Cristo, Dio nostro misericordioso gloria a te!

I flutti del Giordano accolsero te, che sei la Sorgente, e il Paraclito discese in forma di colomba. Colui che ha inchinato i cieli, china ora il capo. Il fango grida, e implora Colui che è il suo Plasmatore: «Perché mi imponi cose che mi superano? Sono io che ho necessità di ricevere da te il battesimo!». O Cristo, nostro Dio, esente dal peccato, gloria a te!

Per salvare l'uomo perduto, non hai esitato, Signore, ad assumere forma di schiavo. Era gradito a te, Signore e Dio nostro, assumere la nostra natura, per noi e a nostro favore. Mentre infatti venivi battezzato nella carne, o Redentore, rendevi noi tutti degni di perdono. Ti acclamiamo quindi a gran voce, dicendo: «Benefattore, Cristo nostro Dio, gloria a te!».

Chinando il capo davanti al Precursore, hai schiacciato, Signore, le teste dei mostri. Disceso nei flutti, hai illuminato l'universo affinché esso te glorifichi, o Salvatore, Illuminatore delle nostre anime.

GIOVANNI MONACO (+749)
Stichirà dei Vespri



martedì 4 dicembre 2018

Foglio della Liturgia della Solennità di San Nicola



1^ ANTIFONA

Agathòn to exomologhìsthe to Kirìo, ke psàllin to onòmatì su, Ìpsiste. Tes presvìes tis Theotòku, Sòter, sòson imàs.

Buona cosa è lodare il Signore, inneggiare al tuo nome, o Altissimo. Per l’intercessione della Madre di Dio, o Salvatore, salvaci.

2^ ANTIFONA

O Kìrios evasìlefen, efprèpian enedhìsato, enedhìsato o Kìrios dhìnamin ke periezòsato. Presvìes ton aghìon su  sòson imàs,. Kirie.

O Figlio di Dio, ammirabile nei Santi, salva noi che a te cantiamo: Allilùia .


3^ ANTIFONA

Dhèfte agalliasòmetha to Kirìo, alalàxomen to Theò to Sotìri imòn. Sòson imàs Iiè Theù, o en aghìis thavmastòs, psàllonda si: Alliluia.

Venite, esultiamo nel Signore, cantiamo inni di giubilo a Dio, nostro Salvatore. O Figlio di Dio, ammirabile nei Santi, salva noi che a Te cantiamo: Alliluia.

ISODIKÒN

Dhèfte proskinìsomen ke prospèsomen Christò. Sòson imàs Iiè Theù, o en aghìis thavmastòs, psàllondas si: Alliluia.

Venite, adoriamo e prostriamoci davanti a Cristo. O Figlio di Dio, ammirabile nei Santi, salva noi che a Te cantiamo: Alliluia.

APOLITIKION

Kanona pìsteos ke ikona praòtitos, enkratìas dhidhàskalon anèdhixè se ti pimni su i ton pragmaton alìthia; dhià tuto ektiso ti tapinosi ta ipsilà, ti ptochìa ta plùsia, pater ierarcha Nikòlae: prèsveve Christò to Theò, sothine tas psichàs imòn.

Regola di fede immagine di mansuetudine, maestro di continenza ti designò al tuo gregge la verità dei fatti; e in vero con l’umiltà hai raggiunto le vette più eccelse, con la povertà la vera ricchezza, Padre Gerarca Nicola prega Cristo Dio di salvare le anime nostre.

KONDAKION

I Parthènos sìmeron ton proeònion Lògon en spilèo èrchete apotekìn aporrìtos. Chòreve, i ikumèni akutisthìsa; dhòxason metà anghèlon ke ton pimènon vulithènda epofthìne pedhìon nèon, ton pro eònon Theòn.

Oggi la Vergine si dirige alla grotta per dare ineffabilmente alla luce il Verbo eterno. Esulta, o universo, nell'udire ciò; glorifica con gli angeli e i pastori l’eterno Dio, che ha voluto apparire tenero bambino.

APOSTOLOS (Eb. 13, 17-21)

- Preziosa agli occhi del Signore, la morte del suo Santo. (Sal 155,6.)
- Popoli tutti applaudite, acclamate a Dio con voci di gioia. (Sal 46,2)

Dalla lettera agli Ebrei.

    Fratelli, obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano per le vostre anime, come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi. Pregate per noi, poiché crediamo di avere una buona coscienza, volendo comportarci bene in ogni cosa. Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché io vi sia restituito al più presto. Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un'alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Così sia.

Alliluia (3 volte).
- I tuoi sacerdoti si rivestiranno di giustizia, e i tuoi fedeli esulteranno. (Sal. 131,9).
Alliluia (3 volte).
- Il Signore ha scelto Sion, l’ha voluta per sua dimora. (Sal. 131,13).
Alliluia (3 volte).


VANGELO (Luca. 6, 17-23)

     In quel tempo Gesù disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti. Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù disse: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. 

MEGALINARION

Megàlinon, psichì mu, tin timiotèran ke endoxotèran ton àno stratevmàton. Mistìrion xènon orò ke paràdhoxon: uranòn to spìleon, thrònon cheruvikòn tin parthènon, tin fàtnin chorìon en ò aneklìthi o achòritos Christòs o Theòs; on animnùndes megalìnomen.

Esalta, o anima mia, Colei che è più onorabile e più gloriosa delle schiere celesti. Contemplo un mistero meraviglioso ed incredibile: cielo è la spelonca, trono cherubico la Vergine, la mangiatoia culla in cui è adagiato Dio infinito, che inneggiando magnifichiamo.

KINONIKON

Is mnimòsinon eònon èste dhìkeos, ke apò akoìs poniràs u fovithìsete. Allilùia.
    
In memoria eterna sarà il giusto, di cattiva fama non avrà paura. Alliluia.

INVECE DI “II TO ÒNOMA KIRÌU”

Christòs ghennate doxasate, Christòs es uranòn apantisate, Christòs epì ghis ipsotite. Asate to Kirìo pasa i ghi ke en evfrosini anìmnisate lai, oti dhedhòxaste.

Cristo nasce, glorificatelo, Cristo discende dal cielo andategli incontro. Cristo è sulla terra, siatene fieri. Canta al signore terra tutta, e voi popoli nella gioia celebratelo con inni, perché si è coperto di gloria.


martedì 20 novembre 2018

Sinassario della Festa dell'Ingresso al tempio della Madre di Dio


IL 21 DI QUESTO MESE, MEMORIA DELL’INGRESSO AL TEMPIO 
DELLA NOSTRA SOVRANA LA MADRE DI DIO 
E SEMPRE VERGINE MARIA.

Quando la santa e purissima bambina concessa da Dio al genere umano, reso sterile a causa del peccato, delle passioni e della morte, ebbe raggiunto l’età di due anni, il padre Gioacchino disse alla sua sposa: Portiamola al tempio del Signore, per compiere la promessa che abbiamo fatta di consacrarla all’Onnipotente fin dalla sua più giovane età. Ma Anna rispose: Aspettiamo fino al terzo anno, perché può darsi che lei invocherà suo padre e sua madre e non resterà nel tempio del Signore.
Quando arrivò il terzo anno, i due sposi decisero di realizzare il loro voto e di offrire la loro bambina al tempio. Allora Gioacchino fece convocare delle fanciulle di Ebrei di razza pura, per scortarla con delle fiaccole e di precederla alla volta del tempio in modo che, attratta dalla luce, la bambina non fosse tentata di tornare indietro verso i genitori. Ma la santa Vergine, creata tutta pura ed innalzata da Dio fin dalla nascita ad un grado di virtù e d’amore verso le cose celesti superiore a quello di ogni altra creatura, si slanciò correndo verso il tempio. Superò le vergini della sua scorta e, senza uno sguardo per il mondo, si gettò tra le braccia del gran sacerdote Zaccaria che l’aspettava sulla sagrato in compagnia degli anziani. Zaccaria la benedisse dicendo: Il Signore ha glorificato il tuo nome in tutte le generazioni. È a te che negli ultimi giorni Egli rivelerà la redenzione che ha preparato per il suo popolo. E, cosa inaudita per gli uomini della vecchia alleanza, fece entrare la bambina nel Santo dei Santi, dove solo il gran sacerdote poteva entrare e solamente una volta l’anno, nel giorno della festa dell’Espiazione. La fece sedere sul terzo gradino dell’altare, ed il Signore fece allora discendere su di lei la sua grazia. Lei si alzò e si mise a danzare per esprimere la sua gioia. Tutti quelli che erano presenti furono affascinati, contemplando quello spettacolo annunciatore delle grandi meraviglie che Dio avrebbe tosto compiuto in lei.
Avendo così lasciato il mondo, i suoi genitori ed ogni legame con le cose sensibili, la Santa Vergine restò nel tempio fino all’età di dodici anni. In effetti, divenuta allora nubile, i sacerdoti e gli anziani temettero che lei insudiciasse il santuario, e la affidarono al casto Giuseppe, perché fosse il custode della sua verginità, fingendo di essere il suo fidanzato. Durante questi nove anni, la Tutta Santa fu nutrita di un cibo spirituale portato da un angelo del Signore. Conduceva lì una vita celeste, superiore a quella dei primi genitori nel paradiso. Senza cure e senza passioni, superati i bisogni della natura e la tirannia dei piaceri dei sensi, ella viveva solo per Dio, con l’intelligenza fissa ad ogni momento nella contemplazione della Sua bellezza. Con la preghiera continua e la vigilanza su sé stessa, durante il soggiorno nel tempio, la santa fanciulla finì di purificare il suo cuore, che divenne un puro specchio dove si riflette la gloria di Dio. Si rivestì dello splendido ornamento delle virtù per prepararsi, come una fidanzata, alla venuta in lei del suo divino sposo, Cristo. Raggiunse una perfezione tale che riassunse in sé stessa tutta la santità del mondo e, divenuta simile a Dio per la virtù, attirò Dio a rendersi simile agli uomini con la Sua Incarnazione.
Introdotta nel santuario in età in cui le altre bambine cominciano ad imparare, la Tutta Santa, dal fondo inaccessibile del Santuario, ascoltava ogni sabato le letture della Legge e dei Profeti fatta al popolo nella parte pubblica del tempio. Con l’intelligenza affinata dalla solitudine e dalla preghiera, Ella pervenne così alla conoscenza del senso più profondo dei misteri della Scrittura. Vivendo tra le cose sante e contemplando la propria purezza, comprese quale era stato il disegno di Dio lungo tutta la storia del suo popolo eletto. Comprese che tutto quel tempo era stato necessario perché Dio si preparasse una madre in mezzo a questa umanità ribelle, e che, pura bambina scelta da Dio, Lei doveva divenire il vero tempio vivente della divinità. Collocata nel sacro luogo ove erano deposti i simboli della promessa di Dio, la Vergine rivelava che è nella sua persona che si dovevano avverarsi le figure. È Lei il santuario, il tabernacolo del Verbo di Dio, l’arca della nuova alleanza, il vaso contenente la manna celeste, la verga germogliante di Aronne, la tavola della legge della grazia. È in Lei che le oscure profezie si svelano: Lei è la scala che unisce la terra ed il cielo scorta in sogno dal patriarca Giacobbe, la colonna di nubi che rivela la gloria di Dio, la nube lieve del profeta Isaia, la montagna non intagliata di Daniele, la porta chiusa attraverso la quale Dio è venuto a visitare gli uomini di Ezechiele, la fonte viva e sigillata che fece scaturire sopra di noi le acque della vita eterna. Contemplando spiritualmente queste meraviglie che dovevano aver luogo in Lei, senza comprendere ancora chiaramente come si sarebbero compiute, la Tutta Santa diresse la sua preghiera e la sua intercessione verso Dio ancora con più intensità, affinché il Signore si affretti a realizzare le sue promesse e salvi il genere umano dalla morte, venendo ad abitare tra gli uomini.
Quando la Madre di Dio entrò nel Santo dei Santi, il tempo di preparazione e di prova dell’antica alleanza ebbe termine, e si celebra oggi il fidanzamento di Dio col genere umano. Ecco perché la Chiesa si rallegra ed esorta tutti coloro che amano Dio a ritirarsi essi stessi nel tempio del loro cuore per prepararvi la venuta del Signore, col silenzio e la preghiera, allontanandosi dai piaceri e dalle cure del mondo.

Le Synaxaire – Vies des Saints de l’Eglise Orthodoxe – Éditions «To Perivoli tis Panaghias» - Thessalonique 1996

Traduzione del Dott. Antonino Perniciaro.

lunedì 12 novembre 2018

Giovanni Crisostomo - 2a parte

BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 26 settembre 2007

San Giovanni Crisostomo
II: Gli anni di Costantinopoli

Cari fratelli e sorelle,
continuiamo oggi la nostra riflessione su san Giovanni Crisostomo. Dopo il periodo passato ad Antiochia, nel 397 egli fu nominato Vescovo di Costantinopoli, la capitale dell’Impero romano d’Oriente. Fin dall’inizio, Giovanni progettò la riforma della sua Chiesa: l’austerità del palazzo episcopale doveva essere di esempio per tutti – clero, vedove, monaci, persone della corte e ricchi. Purtroppo, non pochi di essi, toccati dai suoi giudizi, si allontanarono da lui. Sollecito per i poveri, Giovanni fu chiamato anche «l’Elemosiniere». Da attento amministratore, infatti, era riuscito a creare istituzioni caritative molto apprezzate. La sua intraprendenza nei vari campi ne fece per alcuni un pericoloso rivale. Egli, tuttavia, come vero Pastore, trattava tutti in modo cordiale e paterno. In particolare, riservava accenti sempre teneri per la donna e cure speciali per il matrimonio e la famiglia. Invitava i fedeli a partecipare alla vita liturgica, da lui resa splendida e attraente con geniale creatività.
Nonostante il suo cuore buono, non ebbe una vita tranquilla. Pastore della capitale dell’Impero, si trovò coinvolto spesso in questioni e intrighi politici, a motivo dei suoi continui rapporti con le autorità e le istituzioni civili. Sul piano ecclesiastico, poi, avendo deposto in Asia nel 401 sei Vescovi indegnamente eletti, fu accusato di aver varcato i confini della propria giurisdizione, e diventò così bersaglio di facili accuse. Un altro pretesto contro di lui fu la presenza di alcuni monaci egiziani, scomunicati dal patriarca Teofilo di Alessandria e rifugiatisi a Costantinopoli. Una vivace polemica fu poi originata dalle critiche mosse dal Crisostomo all’imperatrice Eudossia e alle sue cortigiane, che reagirono gettando su di lui discredito e insulti. Si giunse così alla sua deposizione, nel sinodo organizzato dallo stesso patriarca Teofilo nel 403, con la conseguente condanna al primo breve esilio. Dopo il suo rientro, l’ostilità suscitata contro di lui dalla protesta contro le feste in onore dell’imperatrice – che il Vescovo considerava come feste pagane, lussuose –, e la cacciata dei presbiteri incaricati dei Battesimi nella Veglia pasquale del 404 segnarono l’inizio della persecuzione di Crisostomo e dei suoi seguaci, i cosiddetti «Giovanniti».
Allora Giovanni denunciò per lettera i fatti al Vescovo di Roma, Innocenzo I. Ma era ormai troppo tardi. Nell’anno 406 dovette di nuovo recarsi in esilio, questa volta a Cucusa, in Armenia. Il Papa era convinto della sua innocenza, ma non aveva il potere di aiutarlo. Un Concilio, voluto da Roma per una pacificazione tra le due parti dell’Impero e tra le loro Chiese, non poté avere luogo. Lo spostamento logorante da Cucusa verso Pytius, mèta mai raggiunta, doveva impedire le visite dei fedeli e spezzare la resistenza dell’esule sfinito: la condanna all’esilio fu una vera condanna a morte! Sono commoventi le numerose lettere dall’esilio, in cui Giovanni manifesta le sue preoccupazioni pastorali con accenti di partecipazione e di dolore per le persecuzioni contro i suoi. La marcia verso la morte si arrestò a Comana nel Ponto. Qui Giovanni moribondo fu portato nella cappella del martire san Basilisco, dove esalò lo spirito a Dio e fu sepolto, martire accanto al martire (Palladio, Vita 119). Era il 14 settembre 407, festa dell’Esaltazione della santa Croce. La riabilitazione ebbe luogo nel 438 con Teodosio II. Le reliquie del santo Vescovo, deposte nella chiesa degli Apostoli a Costantinopoli, furono poi trasportate nel 1204 a Roma, nella primitiva Basilica costantiniana, e giacciono ora nella cappella del Coro dei Canonici della Basilica di San Pietro. Il 24 agosto 2004 una parte cospicua di esse fu donata dal Papa Giovanni Paolo II al Patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli. La memoria liturgica del Santo si celebra il 13 settembre. Il beato Giovanni XXIII lo proclamò patrono del Concilio Vaticano II.
Di Giovanni Crisostomo si disse che, quando fu assiso sul trono della Nuova Roma, cioè di Costantinopoli, Dio fece vedere in lui un secondo Paolo, un dottore dell’Universo. In realtà, nel Crisostomo c’è un’unità sostanziale di pensiero e di azione ad Antiochia come a Costantinopoli. Cambiano solo il ruolo e le situazioni. Meditando sulle otto opere compiute da Dio nella sequenza dei sei giorni nel commento della Genesi, il Crisostomo vuole riportare i fedeli dalla creazione al Creatore: «È un gran bene», dice, «conoscere ciò che è la creatura e ciò che è il Creatore». Ci mostra la bellezza della creazione e la trasparenza di Dio nella sua creazione, la quale diventa così quasi una «scala» per salire a Dio, per conoscerlo. Ma a questo primo passo se ne aggiunge un secondo: questo Dio creatore è anche il Dio della condiscendenza (synkatábasis). Noi siamo deboli nel «salire», i nostri occhi sono deboli. E così Dio diventa il Dio della condiscendenza, che invia all’uomo caduto e straniero una lettera, la Sacra Scrittura, cosicché creazione e Scrittura si completanoNella luce della Scrittura, della lettera che Dio ci ha dato, possiamo decifrare la creazione. Dio è chiamato «padre tenero» (philostórghios) (ibid.), medico delle anime (Omelia 40,3 sulla Genesi), madre (ibid.) e amico affettuoso (La provvidenza 8,11-12). Ma a questo secondo passo – prima la creazione come «scala» verso Dio e poi la condiscendenza di Dio tramite una lettera che ci ha dato, la Sacra Scrittura – si aggiunge un terzo passo. Dio non solo ci trasmette una lettera: in definitiva, scende Lui stesso, si incarna, diventa realmente «Dio con noi», nostro fratello fino alla morte sulla Croce.  E a questi tre passi – Dio è visibile nella creazione, Dio ci dà una sua lettera, Dio scende e diventa uno di noi – si aggiunge alla fine un quarto passo. All’interno della vita e dell’azione del cristiano, il principio vitale e dinamico è lo Spirito Santo (Pneuma), che trasforma le realtà del mondo. Dio entra nella nostra stessa esistenza tramite lo Spirito Santo e ci trasforma dall’interno del nostro cuore.
Su questo sfondo, proprio a Costantinopoli Giovanni, nel commento continuato degli Atti degli Apostoli, propone l’esperienza della Chiesa primitiva (At 4,32-37) come modello per la società, sviluppando un’ «utopia» sociale (quasi una «città ideale»). Si trattava infatti di dare un’anima e un volto cristiano alla città. In altre parole, Crisostomo ha capito che non è sufficiente fare elemosina, aiutare i poveri di volta in volta, ma è necessario creare una nuova struttura, un nuovo modello di società: un modello basato sulla prospettiva del Nuovo Testamento. È la nuova società che si rivela nella Chiesa nascente. Quindi Giovanni Crisostomo diventa realmente così uno dei grandi Padri della Dottrina sociale della Chiesa: la vecchia idea della «polis» greca va sostituita da una nuova idea di città ispirata alla fede cristiana. Crisostomo sosteneva con Paolo (cfr 1 Cor 8,11) il primato del singolo cristiano, della persona in quanto tale, anche dello schiavo e del povero. Il suo progetto corregge così la tradizionale visione greca della «polis», della città, in cui larghi strati della popolazione erano esclusi dai diritti di cittadinanza, mentre nella città cristiana tutti sono fratelli e sorelle con uguali diritti. Il primato della persona è anche la conseguenza del fatto che realmente partendo da essa si costruisce la città, mentre nella «polis» greca la patria era al di sopra del singolo, il quale era totalmente subordinato alla città nel suo insieme. Così con Crisostomo comincia la visione di una società costruita dalla coscienza cristiana. Ed egli ci dice che la nostra «polis» è un’altra, «la nostra patria è nei cieli» (Fil 3,20) e questa nostra patria ci rende tutti uguali, fratelli e sorelle, anche su questa terra, e ci obbliga alla solidarietà.
Al termine della sua vita, dall’esilio ai confini dell’Armenia, «il luogo più remoto del mondo», Giovanni, ricongiungendosi alla sua prima predicazione del 386, riprese il tema a lui caro del piano che Dio persegue nei confronti dell’umanità: è un piano «indicibile e incomprensibile», ma sicuramente guidato da Lui con amore (cfr La provvidenza 2,6). Questa è la nostra certezza. Anche se non possiamo decifrare i dettagli della storia personale e collettiva, sappiamo che il piano di Dio è sempre ispirato dal suo amore. Così, nonostante le sue sofferenze, il Crisostomo riaffermava la scoperta che Dio ama ognuno di noi con un amore infinito, e perciò vuole la salvezza di tutti. Da parte sua, il santo Vescovo cooperò a questa salvezza generosamente, senza risparmiarsi, lungo tutta la sua vita. Considerava infatti ultimo fine della sua esistenza quella gloria di Dio, che – ormai morente – lasciò come estremo testamento: «Gloria a Dio per tutto!» (Palladio, Vita 11).

San Giovanni Crisostomo


Il 13 del mese di Novembre facciamo memoria del nostro Santo Padre Giovanni Crisostomo, Arcivescovo di Costantinopoli. Il Crisostomo è considerato l'Autore della Divina Liturgia che utilizziamo quotidianamente per l'offerta del sacrificio Eucaristico. Presentiamo qui due catechesi del Santo Padre Benedetto XVI che ci fanno conoscere meglio la figura del Crisostomo.

BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 19 settembre 2007


San Giovanni Crisostomo
I: Gli anni di Antiochia
Cari fratelli e sorelle,
quest’anno ricorre il sedicesimo centenario della morte di san Giovanni Crisostomo (407-2007). Giovanni di Antiochia, detto Crisostomo, cioè «Bocca d’oro» per la sua eloquenza, può dirsi vivo ancora oggi, anche a motivo delle sue opere. Un anonimo copista lasciò scritto che esse «attraversano tutto l’orbe come fulmini guizzanti». I suoi scritti permettono anche a noi, come ai fedeli del suo tempo, che ripetutamente furono privati di lui a causa dei suoi esili, di vivere con i suoi libri, nonostante la sua assenza. E’ quanto egli stesso suggeriva dall’esilio in una sua lettera (cfr A Olimpiade, Lettera 8,45).
Nato intorno al 349 ad Antiochia di Siria (oggi Antakya, nel sud della Turchia), vi svolse il ministero presbiterale per circa undici anni, fino al 397, quando, nominato Vescovo di Costantinopoli, esercitò nella capitale dell’Impero il ministero episcopale prima dei due esili, seguiti a breve distanza l’uno dall’altro, fra il 403 e il 407. Ci limitiamo oggi a considerare gli anni antiocheni del Crisostomo.
Orfano di padre in tenera età, visse con la madre, Antusa, che trasfuse in lui una squisita sensibilità umana e una profonda fede cristiana. Frequentando gli studi superiori, coronati dai corsi di filosofia e di retorica, ebbe come maestro Libanio, pagano, il più celebre retore del tempo. Alla sua scuola, Giovanni divenne il più grande oratore della tarda antichità greca. Battezzato nel 368 e formato alla vita ecclesiastica dal Vescovo Melezio, fu da lui istituito lettore nel 371. Questo fatto segnò l’ingresso ufficiale del Crisostomo nel cursus ecclesiastico. Frequentò, dal 367 al 372, l’Asceterio, una sorta di seminario di Antiochia, insieme con un gruppo di giovani, alcuni dei quali divennero poi Vescovi, sotto la guida del famoso esegeta Diodoro di Tarso, che avviò Giovanni all'esegesi storico-letterale, caratteristica della tradizione antiochena.
Si ritirò poi per quattro anni tra gli eremiti sul vicino monte Silpio. Proseguì quel ritiro per altri due anni, vissuti da solo in una grotta sotto la guida di un «anziano». In quel periodo si dedicò totalmente a meditare «le leggi di Cristo», i Vangeli e specialmente le Lettere di Paolo. Ammalatosi, si trovò nell’impossibilità di curarsi da solo, e dovette perciò ritornare nella comunità cristiana di Antiochia (cfr Palladio, Vita 5). Il Signore – spiega il biografo – intervenne con l’infermità al momento giusto per permettere a Giovanni di seguire la sua vera vocazione. In effetti scriverà lui stesso che, posto nell’alternativa di scegliere tra le traversie del governo della Chiesa e la tranquillità della vita monastica, avrebbe preferito mille volte il servizio pastorale (cfr Il sacerdozio 6,7): proprio a questo il Crisostomo si sentiva chiamato. E qui si compie la svolta decisiva della sua storia vocazionale: Pastore d’anime a tempo pieno! L’intimità con la Parola di Dio, coltivata durante gli anni del romitaggio, aveva maturato in lui l’urgenza irresistibile di predicare il Vangelo, di donare agli altri quanto egli aveva ricevuto negli anni della meditazione. L’ideale missionario lo lanciò così, anima di fuoco, nella cura pastorale.
Fra il 378 e il 379 ritornò in città. Diacono nel 381 e presbitero nel 386, divenne celebre predicatore nelle chiese della sua città. Tenne omelie contro gli ariani, seguite da quelle commemorative dei martiri antiocheni e da altre sulle festività liturgiche principali: si tratta di un grande insegnamento della fede in Cristo, anche alla luce dei suoi Santi. Il 387 fu l’«anno eroico» di Giovanni, quello della cosiddetta «rivolta delle statue». Il popolo abbatté le statue imperiali, in segno di protesta contro l’aumento delle tasse. Si vede che alcune cose nella storia non cambiano! In quei giorni di Quaresima e di angoscia, a motivo delle incombenti punizioni da parte dell’imperatore, egli tenne le sue 22 vibranti Omelie sulle statue, finalizzate alla penitenza e alla conversione. Seguì il periodo della serena cura pastorale (387-397).
Il Crisostomo si colloca tra i Padri più prolifici: di lui ci sono giunti 17 trattati, più di 700 omelie autentiche, i commenti a Matteo e a Paolo (Lettere ai Romaniai Corintiagli Efesini e agli Ebrei), e 241 lettere. Non fu un teologo speculativo. Trasmise, però, la dottrina tradizionale e sicura della Chiesa in un’epoca di controversie teologiche suscitate soprattutto dall’arianesimo, cioè dalla negazione della divinità di Cristo. È pertanto un testimone attendibile dello sviluppo dogmatico raggiunto dalla Chiesa nel IV-V secolo. La sua è una teologia squisitamente pastorale, in cui è costante la preoccupazione della coerenza tra il pensiero espresso dalla parola e il vissuto esistenziale. È questo, in particolare,  il filo conduttore delle splendide catechesi, con le quali egli preparava i catecumeni a ricevere il Battesimo. Prossimo alla morte, scrisse che il valore dell’uomo sta nella «conoscenza esatta della vera dottrina e nella rettitudine della vita» (Lettera dall’esilio). Le due cose, conoscenza della verità e rettitudine nella vita, vanno insieme: la conoscenza deve tradursi in vita. Ogni suo intervento mirò sempre a sviluppare nei fedeli l’esercizio dell’intelligenza, della vera ragione, per comprendere e tradurre in pratica le esigenze morali e spirituali della fede.
Giovanni Crisostomo si preoccupa di accompagnare con i suoi scritti lo sviluppo integrale della persona, nelle dimensioni fisica, intellettuale e religiosa. Le varie fasi della crescita sono paragonate ad altrettanti mari di un immenso oceano: «Il primo di questi mari è l’infanzia» (Omelia 81,5 sul Vangelo di Matteo). Infatti «proprio in questa prima età si manifestano le inclinazioni al vizio e alla virtù». Perciò la legge di Dio deve essere fin dall’inizio impressa nell’anima «come su una tavoletta di cera» (Omelia 3,1 sul Vangelo di Giovanni): di fatto è questa l’età più importante. Dobbiamo tener presente come è fondamentale che in questa prima fase della vita entrino realmente nell’uomo i grandi orientamenti che danno la prospettiva giusta all’esistenza. Crisostomo perciò  raccomanda: «Fin dalla più tenera età premunite i bambini con armi spirituali, e insegnate loro a segnare la fronte con la mano» (Omelia 12,7 sulla prima Lettera ai Corinzi). Vengono poi l’adolescenza e la  giovinezza: «All'infanzia segue il mare dell’adolescenza, dove i venti soffiano violenti..., perchè in noi cresce... la concupiscenza» (Omelia 81,5 sul Vangelo di Matteo). Giungono infine il fidanzamento e il matrimonio: «Alla giovinezza succede l’età della persona matura, nella quale sopraggiungono gli impegni di famiglia: è il tempo di cercare moglie” (ibid.). Del matrimonio egli ricorda i fini, arricchendoli – con il richiamo alla virtù della temperanza – di una ricca trama di rapporti personalizzati. Gli sposi ben preparati sbarrano così la via al divorzio: tutto si svolge con gioia e si possono educare i figli alla virtù. Quando poi nasce il primo bambino, questi è «come un ponte; i tre diventano una carne sola, poiché il figlio congiunge le due parti» (Omelia 12,5 sulla Lettera ai Colossesi), e i tre costituiscono «una famiglia, piccola Chiesa» (Omelia 20,6 sulla Lettera agli Efesini).
La predicazione del Crisostomo si svolgeva abitualmente nel corso della liturgia, «luogo» in cui la comunità si costruisce con la Parola e l’Eucaristia. Qui l’assemblea riunita esprime l’unica Chiesa (Omelia 8,7 sulla Lettera ai Romani), la stessa parola è rivolta in ogni luogo a tutti (Omelia 24,2 sulla prima Lettera ai Corinzi), e la comunione eucaristica si rende segno efficace di unità (Omelia32,7 sul Vangelo di Matteo). Il suo progetto pastorale era inserito nella vita della Chiesa, in cui i fedeli laici col Battesimo assumono l’ufficio sacerdotale, regale e profetico. Al fedele laico egli dice: «Pure te il Battesimo fa re, sacerdote e profeta» (Omelia 3,5 sulla seconda Lettera ai Corinzi). Scaturisce di qui il dovere fondamentale della missione, perché ciascuno in qualche misura è responsabile della salvezza degli altri: «Questo è il principio della nostra vita sociale... non interessarci solo di noi!» (Omelia 9,2 sulla Genesi). Il tutto si svolge tra due poli: la grande Chiesa e la «piccola Chiesa», la famiglia, in reciproco rapporto.

Come potete vedere, cari fratelli e sorelle, questa lezione del Crisostomo sulla presenza autenticamente cristiana dei fedeli laici nella famiglia e nella società, rimane ancor oggi più che mai attuale. Preghiamo il Signore perché ci renda docili agli insegnamenti di questo grande Maestro della fede.