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sabato 9 maggio 2020

Commento all'Icona della Samaritana

DESCRIZIONE DELL’ICONA


L’icona riproduce fedelmente il momento dell’incontro tra Gesù e la donna Samaritana presso il pozzo di Giacobbe. Al centro dell’icona c’è il pozzo con Gesù seduto a sinistra e la Samaritana in piedi a destra con la brocca dell’acqua poggiata vicino al pozzo, mentre nella mano sinistra tiene la cordicella legata alla brocca. In genere dietro il pozzo emerge un albero dal tronco mozzato con un nuovo ramo che si divide in tre. La scena è dominata da un monte con due cuspidi che si erge come un muro divisorio tra i discepoli dal lato di Gesù e la città coi Samaritani dall’altro lato. La montagna lascia appena intravedere una caverna aperta dal lato dei discepoli di Gesù.

Commento all’icona

Il pozzo

L’incontro tra Gesù e la Samaritana avviene presso il pozzo detto di Giacobbe; era verso mezzogiorno. Il pozzo nel mondo della Bibbia, soprattutto nel periodo più antico, è un luogo importante. Il pozzo significa sorgente di vita e diventa pertanto un punto focale che rende possibile l’esistenza della società umana. Intorno a questi luoghi-chiave, tutta una vita può nascere e svilupparsi. Proprio per l’importanza che questi luoghi avevano per la vita della società antica, intorno ai pozzi s’intrecciano storie di ogni genere. Ma quelle più belle e anche più interessanti anche al fine della comprensione del testo del vangelo che stiamo analizzando, sono certamente le storie di amore. Analizzeremo tre testi che ci aiuteranno meglio nella comprensione dell’episodio dell’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo.
Il primo racconto (Gen 24) ruota attorno al tentativo di Abramo di procurare una sposa al proprio figlio Isacco. A tale proposito, il patriarca invia il suo vecchio servo nella propria terra natale, lontano da Canaan. Il servo si ferma presso un pozzo e prega così: “Signore, Dio del mio padrone Abramo, concedimi un felice incontro quest’oggi e usa benevolenza verso il mio padrone Abramo! Ecco, io sto presso la fonte dell’acqua, mentre le fanciulle della città escono per attingere acqua. Ebbene, la ragazza alla quale dirò: Abbassa l’anfora e lasciami bere, e che risponderà: Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere, sia quella che tu hai destinata al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato benevolenza al mio padrone” (Gen 24, 12-14). Poco dopo una ragazza di nome Rebecca arriva al pozzo con la brocca per attingere l’acqua. Il servo domanda da bere e le cose avvengono così come sono state descritte nella sua preghiera. La ragazza lo invita a passare la notte nella sua famiglia ed egli scopre con stupore che sono i parenti di Abramo. Dopo un lungo scambio di parole, Rebecca accetta di partire con il vecchio per ricevere Isacco come sposo. In questo racconto vi sono dei dettagli che evocano il vangelo di Giovanni. Dopo il suo incontro con l’uomo al pozzo, la giovinetta corse ad annunziare alla casa di sua madre tutte queste cose (Gen 24,28; cfr. Gv 4,28) e disse: così mi ha parlato quell’uomo (Gen 24,30; cfr Gv 4,29). Non si deve immaginare che questi confronti siano una semplice coincidenza. I cristiani della prima generazione erano per la maggior parte ebrei che conoscevano in modo eccellente le Scritture del loro popolo. Dunque non si tratta di coincidenze ma di richiami volontari.
Il secondo racconto che ci accingiamo ad analizzare è quello citato in Gen 29,1-14 che vede come protagonista Giacobbe, figlio di Isacco. Lontano dal suo paese e dalla sua casa, si ferma vicino a un pozzo coperto da una grande pietra. Alcuni pastori stanno aspettando che tutti siano presenti prima di spostare la pietra che ostruisce l’apertura del pozzo. Proprio in quel momento arriva in quel luogo una ragazza con il proprio gregge. È Rachele, la cugina di Giacobbe. Immediatamente Giacobbe toglie la pietra dal pozzo e abbevera il bestiame di suo zio Labano. Egli entra in casa di suo zio e vi si trattiene. Volendo sposare Rachele, trascorre quattordici anni presso lo zio. In tutto, rimarrà in questa regione per una ventina d’anni. Proprio come il suo discendente Gesù, Giacobbe offre dell’acqua ad una donna sconosciuta. Gli ebrei spiegano nei loro commentari biblici, che quando Giacobbe toglie la pietra dal pozzo, l’acqua comincia a sgorgare e diventa una grande fontana, tant’è che da quel momento in avanti ci sarà acqua in abbondanza per tutti. Tale versione del racconto spiega peraltro il comportamento di Labano che cerca di trattenere Giacobbe in quel paese il più possibile: ha paura che dopo la sua partenza, l’acqua venga a mancare di nuovo, e che si debba di nuovo penare per dare da bere a uomini e bestiame. 
Dunque, alla luce di questa rilettura, la replica della Samaritana, quando Gesù le promette dell’acqua viva, si riveste di un nuovo significato: Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe…? (Gv 4,12). In altri termini: “Stai per fare un miracolo come lui, o addirittura qualcosa di ancora più grande?
Il terzo racconto di questa tradizione riguarda Mosè (Es 2,15-22). Costretto a fuggire dall’Egitto dopo il suo tentativo fallito di ristabilire la giustizia, si sta riposando ai bordi di un pozzo. Delle ragazze, qui sette sorelle, arrivano per abbeverare le loro greggi, e vengono intimiditi da alcuni pastori. Mosè viene in loro soccorso e poi da’ dell’acqua al bestiame. Il loro padre lo invita a rimanere a casa loro; non ci sorprenderà sapere che Mosè finisce per sposare una di loro. Anche qui, quando gli ebrei raccontavano questa storia aggiungevano degli elementi supplemen-tari. In una versione, facendo sgorgare l’acqua dal pozzo, Mosè compie un miracolo analogo a quello di Giacobbe; in tal modo, il suo futuro suocero sa che egli è un discendente di Giacobbe. E lo storico ebreo Giuseppe Flavio narra l’inizio del racconto nel seguente modo: “Giun-gendo nella città di Madian, Mosè … era seduto presso un pozzo a causa della fatica del giorno: era mezzogiorno, non lontano dalla città”. Si tratta di dettagli che troveremo più tardi nel Vangelo di S. Giovanni (Gv 4, 5-6). Così il suo incontro con la Samaritana colloca Gesù nella linea diretta dei patriarchi e di Mosè: come vedremo, di fatto, egli realizza ciò che essi prefigurano in modo materiale. Concludendo possiamo dire che il pozzo nel mondo biblico antico possiede una densità di significati che ne fa un luogo privilegiato per capire i rapporti tra Dio e gli esseri umani. Infatti esso è sorgente di vita; luogo di ritrovo, di conflitto e di riconciliazione; luogo di incontro, soprattutto tra un uomo e una donna in vista di un matrimonio; simbolo di un Dio che si prende cura del proprio popolo.

L’albero

L’icona mostra un albero che fuoriesce proprio da dietro il pozzo. Cosa sta a simboleggiare? Guardandolo bene si nota che è un albero che ha sofferto diverse lacerazioni. Era diventato un tronco da cui poi è uscito un nuovo ramo che si divide in tre parti. L’albero raffigura la storia tormentata del regno d’Israele. Un regno unito per poco tempo, poi a causa dei peccati d’infedeltà, viene “tagliato”, reciso, ma mai ucciso. Questo albero sintetizza in se diversi significati biblici.
È innanzitutto la raffigurazione della profezia di Isaia: “Un virgulto spunterà dal tronco di Jesse”, una profezia messianica che si realizza pienamente in Gesù, il Messia atteso. Questa verità la troviamo proprio nel dialogo tra Gesù e la Samaritana: “So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa”. Le disse Gesù: “Sono io, che ti parlo”.
L’albero che si dirama in tre rami è un chiaro riferimento alla Trinità. I tre rami verdi sono il simbolo delle tre Persone. Il ramo che si trova accanto a Gesù si biforca per esprimere il mistero dell’incarnazione. Diventando uomo, l’unica persona di Gesù unisce, senza confusione, due nature: quella umana e quella divina. La missione di Gesù di donare l’acqua viva è allora la missione di tutta la Trinità. Infatti nel dialogo con la Samaritana, Gesù parla del Padre e dello Spirito Santo come “acqua viva”. Colpisce il dito della mano sinistra di Gesù che indica il pozzo. Quel dito, sottile e allungato, somiglia e rimanda a quello dell’angelo che nell’icona della SS. Trinità raffigura lo Spirito Santo: Il “dito di Dio”. L’acqua viva che Gesù promette è lo Spirito Santo, l’altro “Consolatore” che procede dal Padre, che non dirà cose diverse, ma “prenderà del mio (da Gesù) e ve lo annunzierà”.
L’albero inoltre ricorda l’albero della vita del paradiso i cui frutti sfamavano la fame di vita eterna di Adamo ed Eva. Gesù promettendo l’acqua viva diventa lui stesso l’albero della vita e allo stesso tempo il frutto di vita eterna: “l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”.
L’albero, infine, richiama la croce. Sulla croce, per adempiere le Scritture Gesù disse: Ho sete. Ritorna la richiesta fatta al pozzo alla Samaritana. È la sete di Gesù di donare “l’acqua viva” che l’evangelista Giovanni vede realizzarsi in questi due segni: nell’ultimo respiro di Gesù, preludio all’effusione dello Spirito Santo, e dal suo cuore squarciato dalla lancia del soldato romano, da cui fuoriescono sangue e acqua subito dopo la morte.

I Samaritani

Doveva perciò attraversare la Samaria. La decisione di Gesù di passare per la Samaria ha un significato profondo, che fa parte della missione che egli ha ricevuto dal Padre. Al tempo di Gesù tra Ebrei e Samaritani non correva buon sangue. Gli ebrei consideravano i Samaritani come dei “fratelli impuri” in quanto la loro razza si era formata dopo che il Regno del Nord era caduto in mano all’impero Assiro. I fatti si erano evoluti in questa maniera. Come regno Israele durò solo pochissimo tempo, durante il regno del re Davide e di suo figlio Salomone. Alla morte di Salomone, soltanto due tribù rimasero fedeli alla casa di Davide e divennero il regno del Sud, detto di “Giuda”. Le altre tribù scelsero altri re e formarono il regno del Nord, con la città di Samaria come capitale. Due secoli dopo questa spartizione il regno del Nord fu invaso e distrutto dagli assiri, una parte del popolo fu deportata e altre popolazioni si insediarono in questa terra. I samaritani sono così i discendenti degli antichi sudditi del regno del Nord. Essi avevano fede nel Dio di Israele e accettavano i libri di Mosè, i primi cinque libri della Bibbia, ma non i libri profetici scritti dopo lo scisma. Non si recavano a Gerusalemme per adorare Dio, ma frequen-tavano il loro santuario sul monte Garizim. Ma il popolo ebraico conser-vava sempre la nostalgia dell’unità perduta e la speranza di una riunificazione. Secondo i profeti, quando Dio fosse venuto per salvare i suoi, uno dei segni importanti sarebbe stata la restaurazione delle dodici tribù, con il Nord e il Sud riuniti di nuovo sotto un solo capo. 
“I figli di Giuda e i figli d’Israele si riuniranno insieme, si daranno un unico capo e saliranno dal proprio territorio, perché grande sarà il giorno di Izreèl!” (Osea 2,2)
Di fronte a questo scenario, possiamo capire meglio il senso della venuta di Gesù in Samaria. Egli viene per compiere le promesse dei profeti, il disegno di Dio di riunificare il suo popolo. Dunque la presenza di Gesù in Samaria e il suo incontro con i samaritani diventano così un segno del fatto che Dio sta radunando il suo popolo nell’unità abolendo la separazione secolare tra il Nord e il Sud. Nell’icona il segno della separazione tra Ebrei e Samaritani è raffigurata dalla montagna che divide da una parte i discepoli di Gesù e dall’altra il villaggio dei Samaritani. È una montagna alta e ripida che esplicita tutta la difficoltà del dialogo tra questi due popoli. Ma questa montagna nasconde una grotta che si vede dalla parte dei discepoli. È la grotta che simboleggia la morte di Gesù e la sua discesa agli inferi. Le due cuspidi della montagna stanno a simboleggiare le due nature di Gesù che saranno finalmente evidenti proprio a partire dalla sua morte e risurrezione. Quando Gesù porterà a termine la sua missione allora i suoi discepoli capiranno che in Cristo Gesù tutti i muri di divisione devono essere abbattuti e, come dice il profeta: “Ogni colle sia abbassato”.
Dialogo tra Gesù e la Samaritana
Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Gesù è stanco: in lui, Dio assume tutta la condizione umana, la salvezza che egli offre passa attraverso una solidarietà con gli aspetti negativi della nostra esistenza. Il riferimento preciso all’ora dell’incontro lo ritroviamo nel vangelo di Giovanni nel racconto della passione: “verso mezzogiorno: Pilato disse ai giudei: “Ecco il vostro re!” (Gv19,14). Questo collegamento discreto all’ora della passione ci fa capire che nell’ora della croce Gesù compirà la sua missione nel dono totale di se come cibo di vita eterna, come acqua viva.
Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Al pozzo arriva per attingere acqua, una Samaritana. È una donna che molto probabilmente vive ai margini della comunità. È proprio l’ora della sua apparizione a essere una prima indicazione della sua condizione marginale. Infatti in un paese caldo come la Palestina il compito di attingere l’acqua veniva svolto al mattino presto oppure la sera, per approfittare della frescura del giorno. Venendo a mezzogiorno, ora in cui il sole cade a picco, la donna è quasi sicura di non incontrare nessuno. Questo lascia intendere che questa donna non sia in buone relazioni con i suoi cittadini, anzi, che sia addirittura una “peccatrice”. L’icona raffigura bene il dialogo che intercorre tra Gesù e la Samaritana. Dai gesti delle mani, dagli sguardi, dalla posizione dei corpi possiamo leggervi il dialogo. Entrando in relazione con la Samaritana Gesù si pone in una posizione di inferiorità. Le sue parole non sono un ordine ma una richiesta. Le va incontro con le mani vuote, in cerca di qualcosa che solo lei è in grado di dargli. Per quanto riguarda la ricerca dell’acqua, essa ha una brocca ed è, apparentemente, in una posizione di forza nei suoi confronti. Così, Gesù comincia abbassandosi, gesto che ha per conseguenza il fatto di rialzare la donna. In altre parole, Gesù le rivela la sua dignità umana: egli ha bisogno di lei, lei ha qualcosa da dargli. Facendo questo, Gesù mostra allo stesso tempo in che cosa consiste la vera dignità umana: nella capacità di dare e di darsi.

L’acqua viva

Gesù chiede alla Samaritana da bere, e alla risposta carica di perplessità della donna: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” Gesù introduce subito il discorso dell’acqua viva. Gesù ha sete, ma di donare salvezza! “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Quest’acqua che Gesù promette non è una acqua normale, materiale. In effetti quest’acqua ha la proprietà inaudita di dissetare definitiva-mente, di dare tutto ciò che è necessario alla vita. Ma che cosa è questa acqua viva che Gesù promette alla donna? Nello stesso vangelo di Giovanni ne troviamo la risposta: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato” (Gv 7,37-39). L’acqua viva è allora il dono dello Spirito Santo che scenderà su tutta l’umanità con la glorificazione di Gesù, quando egli porterà a compimento la sua missione terrena. Si capisce allora come solamente Giovanni nota nel suo vangelo il compiersi delle parole di Gesù quando, trafitto dalla lancia del soldato romano sulla croce, dal suo costato escono sangue ed acqua. Attraverso il dono della sua vita (il suo “sangue”), Gesù diventa per l’umanità una sorgente di acqua viva, comunica definitivamente la realtà del Dio vivente attraverso il dono senza misura del suo Spirito. “Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. Si passa dall’acqua materiale a quella spirituale, dalla sete di Gesù alla sete della donna. Il dialogo conduce lentamente la donna a scoprire la sua sete. Ma a questo punto sorprende la richiesta di Gesù che sembra apparentemente non avere nessuna attinenza con la “sete” della donna: “Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui”. Non appena la Samaritana comincia a intraprendere la strada della sete spirituale, Gesù la rimanda alla sua vita quotidiana, alle sue relazioni con i suoi vicini, cominciando da colui che dovrebbe esserle più vicino tra tutti. Facendo questo, egli impedisce che la sua religione diventi una fuga, un modo di voltare le spalle a un mondo inospitale per trovare rifugio lontano dalla realtà. Rispose la donna: “Non ho marito”. Le disse Gesù: “Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”. Gesù non la condanna rivelandole il disordine affettivo e morale della sua vita, ma vuole aiutare la donna a prendere consapevolezza che il dono dell’acqua viva passa attraverso il desiderio vivo e sincero di affidare a Dio tutte le proprie debolezze e lasciarsi guarire. L’acqua viva giunge a chi è “vero”, a chi è disposto a non nascondere le proprie miserie davanti a Dio. Il dono dell’acqua viva passa attraverso la nostra disponibilità, umile e sincera, a prendere consapevolezza delle nostre miserie e ad essere pronti al cambiamento. Questo cambiamento la Samaritana è disposto a farlo. Ne è prova il fatto che a un certo punto “lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?”. La Samaritana diventa annunciatrice della gioia che le è entrata nel cuore, dell’acqua viva che senza accorgersene ha inondato la terra arida della sua anima. Come i discepoli lasciarono le reti e lo seguirono, diventando pescatori di uomini, così la Samaritana lascia la brocca, cioè la sua sete materiale, e diventa portatrice di un’altra acqua, quella viva che Gesù le ha donato. Come nelle Nozze di Cana, Gesù è lo sposo venuto per celebrare le sue nozze con la Chiesa sua sposa. Gesù è dunque lo sposo venuto per invitare gli uomini a entrare in una comunione di vita con lui e, in tal modo, con il Padre. Accogliendo il Cristo e bevendo la sua acqua viva o il suo vino nuovo, noi partecipiamo già alle nozze dell’Agnello, alla gioia di un mondo riconciliato. Per la Samaritana che aveva avuto sei uomini, Gesù si presenta come il vero sposo, il settimo uomo ad entrare nella sua vita, per placare la sua ossessionante ricerca facendola passare ad un altro livello: in questo numero c’è l’immagine del sabato, il settimo giorno che apre la settimana a un compimento in Dio. Ed ecco che alla fine sono i samaritani a portare questa linea al suo punto culminante: Sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo. Gesù offre a tutti i popoli della terra l’acqua viva, che li rende veri adoratori del Padre in spirito e verità. Attraverso il Cristo una sorgente di riconciliazione veramente universale entra nella storia del nostro mondo. Anche se universale, questa sorgente è allo stesso tempo personale, poiché essa entra nel cuore di ciascun essere che si avvicina a Gesù in un atteggiamento di disponibilità.




giovedì 30 maggio 2019

Commento dell'Icona dell'Ascensione


L'ASCENSIONE DEL SIGNORE DIO E SALVATORE
 NOSTRO GESU' CRISTO

La Análêpsis, "Assunzione" al cielo, ha la sua radice festiva a Gerusalemme, nel sec. 4°. Ivi sul luogo stesso dell'evento se ne celebrava la memoria con grande festosità e concorso di fedeli. L’uso primitivo tuttavia era di celebrarlo il giorno della divina Pentecoste. Più tardi la festa fu anticipata al 40° giorno a partire dalla Resurrezione, e così il mercoledì precedente ha anche la funzione di Apódosis, congedo e chiusura della festività pasquale.

L'Ascensione è una tipica "selezione per accentuazione". Il Mistero unico e indivisibile del Figlio di Dio incarnato morto risorto assunto alla gloria e sempre presente alla sua Chiesa, che si celebra per intero in ogni momento ed aspetto della Liturgia   che sono i divini Misteri, i Misteri sacramentali, le Ore sante, l'Anno liturgico, è stato esplorato ed in un certo senso parcellizzato per farne risaltare ogni splendore. È ovvio, l'Anamnesi dell'Anafora lo riassume con instancabile regolarità, mostrando che "la Festa" è la Resurrezione domenicale, "le Feste" ulteriori sono "le Parti" che si richiamano e vogliono esprimere sempre il Tutto".
    Per sé va segnalato che il N.T. non separa mai nelle visuali, e dunque tanto meno nei testi, gli aspetti dell'Evento centrale: Resurrezione, Ascensione, intronizzazione alla Destra, glorificazione del Signore avvengono all'istante della Resurrezione, che è il passaggio dell'Umanità del Crocifisso all'eone eterno, alla sfera divina, alla Gloria dello Spirito Santo. Che in diretta conseguenza sarà donato agli uomini.
    Aspetto fondamentale dell'Ascensione è la Regalità del Risorto, e l'inizio dell'esercizio del suo Sacerdozio eterno presso il Padre.
    La Chiesa apostolica aveva la forte coscienza che l'Ascensione era un evento necessario, indispensabile, condizionante ogni altra forma di vita della Comunità. Pietro lo afferma fortemente davanti al popolo nel tem-pio, che aveva assistito al miracolo dello storpio alla Porta bella, operato dall'Apostolo "nel Nome di Gesù Cristo il Nazareno" (At 3,1-9), affermando con un discorso kerygmatico che il Cielo doveva accogliere Gesù, Crocifisso ma risorto, affinché potessero venire "i tempi del refrigerio", della dispensazione della Redenzione (At 3,21). Non era altro, questo, che prendere coscienza di quanto aveva promesso il Signore stesso, con insistenza. La sua glorificazione era la condizione necessaria per ricevere i Fiumi dell'Acqua della Vita (Gv 7,37-38, specialmente v. 39).
    In specie nella Cena l'annuncio dell`andata al Padre" si fa insistente. Anzitutto Gesù annuncia la glorificazione sua e del Padre (Gv 13, 31), e alla domanda impaurita di Pietro sul "dove" vada, risponde che per ora nessuno può seguirlo, poi anche Pietro Lo seguirà (Gv 13,36). Quando promette le "dimore" presso il Padre, che deve andare a preparare per farvi risiedere con lui i discepoli, i quali "conoscono la via" (Gv 14,14), Tommaso gli obietta che non sanno "dove" vada (v. 5), e Gesù gli risponde che Egli stesso è "la Via e la Verità e la Vita" (v. 6). Infine rivela ai discepoli sempre attoniti, che deve andare, altrimenti non potrà inviare ad essi il Paraclito (16,7).
    Anche dopo la Resurrezione, ad Emmaus, ribadisce che "era necessario" (verbo dèi, si doveva secondo il Disegno divino) che il Cristo soffrisse ma poi "entrasse nella sua Gloria" (Lc 24,26). Quella Gloria con cui sarebbe tornato alla fine dei tempi, e Gloria del Padre (Lc 9,26).
    L'Ascensione non è un fatto accessorio, non è un "lusso" che il Signore si permette. È una condizione. Come la Croce. Dalla Croce, dalla glorificazione nell'Ascensione come conseguenza della Resurrezione, discenderà con infinita supereffluenza lo Spirito del Padre sugli uomini. E per gli uomini, la recezione dello Spirito Santo è l'unica condizione della salvezza, come proclamerà Pietro la mattina di Pentecoste terminando il suo primo discorso kerigmatico: At 2, 38-39.

T. Federici: “Resuscitò Cristo” 
Commento alle letture della Divina Liturgia Bizantina
Eparchia di Piana degli Albanesi - Palermo 1996



Icona dell’Ascensione
L’Ascensione (Lc. 24,50-53)
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

L’Ascensione (At. 1,6-11)

Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fisando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

Il significato dell’icona

Un’icona viene dipinta tenendo conto di due elementi. Il primo è costituito dalla Parola di Dio, l’altro dal “prototipo” ispirato dell’artista e confermato dalla Chiesa.
L’icona dell’Ascensione si compone intorno al racconto che ne fa San Luca sia nel Vangelo che all’inizio degli Atti. Anche in S. Paolo troviamo un riferimento: “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini. Ma che significa la parola “ascese”, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose” (Ef. 4,9-10). E nel Salmo (23,9) leggiamo: “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche ed entri il Re della gloria”. Le due “porte” indicano i due poli metafisici della terra e i due estremi della corsa della salvezza. Dio discende fino alla porta dell’inferno, la spezza e da lì si eleva fino alla porta del cielo: “Il Signore con la sua discesa ha annientato l’avversario e con la sua ascensione ha esaltato l’uomo”. Il “prototipo” di questa icona è antichissimo. Lo ritroviamo già sulle ampolle di Monza del V e VI secolo e non è mai stato cambiato nei secoli. Esso vede nella parte superiore il Cristo contornato dalle Potenze Angeliche ed in quella inferiore gli Apostoli, la Vergine e gli Angeli. L’icona, pertanto, è divisa in due parti ben distinte: la prima, quella celeste, in cui campeggia la figura del Cristo glorioso; la seconda, quella terrestre, fittamente popolata. Il Signore sale benedicendo e l’icona fa di questo avvenimento l’asse della sua composizione. Questa benedizione è già l’inizio della Pentecoste, l’invio dello Spirito Santo. Si può dire che l’icona dell’Ascensione rappresenta l’epiclesi pentecostale, il momento in cui “io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre” (Gv. 14,16).

Il Cristo

Nella parte superiore, racchiuso nel cerchio cosmico, simbolo dell’eternità, c’è il Cristo benedicente che sale al cielo. Ma, dice l’evangelista “questo Gesù … tornerà un giorno allo stesso modo con cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11) per cui l’immagine ci introduce già nel tempo escatologico della venuta di Cristo nella gloria …”per giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine”. Il Cristo appare come seduto su un trono di gloria e con vesti di porpora ed oro: i colori per eccellenza della sua regalità. Dalla sua persona, divina ed umana, si sprigiona e s’irradia la luce della divinità per tutta l’ampiezza dei cieli. Il gesto è quello del Pantocratore, cioè di “Colui che contiene in se tutte le cose”, un gesto solenne della destra che esprime la sua signoria sopra ogni cosa, mentre nella sinistra stringe un rotolo simbolo della Parola e del “chirografo”, il documento della nostra condanna che Gesù risorto ha definitivamente cancellato. Si capisce allora che da questa immagine di potenza scaturisce per noi la sorgente della misericordia. Non ci schianta, non ci annienta, ma ci salva.

La natura e gli angeli

L’icona si presenta divisa in due parti nette. Quella superiore, nel cielo dorato, dove c’è il Cristo glorioso, e quella inferiore, segnata dalle rocce e dagli alberi, dove si trovano riuniti gli apostoli, Maria e gli angeli. Anzi pare che tutti i personaggi si trovino immersi e delimitati dalla pesantezza della terra. Dal blocco roccioso si elevano quattro arboscelli verdi e rigogliosi che rappresentano i quattro angoli della terra “sterile”, asservita all’idolatria, che risponde all’annunzio della buona novella, idealmente simboleggiata dai quattro evangelisti. Dall’Ascensione in poi Gesù manda gli apostoli fino agli estremi confini della terra per annunciare la salvezza. Se il paesaggio traccia una leggera frontiera tra quaggiù e l’aldilà, le quattro corone d’alberi del monte degli Ulivi (simbolo della pace) la valicano nettamente e mostrano la natura che prende parte alla liturgia cosmica: Dio si dirige verso il mondo, e il mondo va incontro al suo Re. I colori verde avorio parlano della liberazione mediante la grazia. I due angeli in bianche vesti sono gli angeli della risurrezione che, posti in mezzo agli apostoli, annunciano che il Cristo ascendente in cielo ritornerà nella sua gloria; è un’allusione alla Parola di S. Paolo: “Ogni questione si deciderà sulla dichiarazione di due testimoni” (2Cor 13,1,) e la loro testimonianza è certa. Le loro braccia elevate ricordano l’invito “in alto i cuori” che il sacerdote rivolge all’assemblea all’inizio dell’anafora (preghiera eucaristica): inizia, infatti, la liturgia celeste a cui si unisce quella terrestre, il momento in cui il Figlio ci lascia in eredità il suo corpo, la sua anima, la sua divinità.

La Vergine

Anche se le fonti scritturistiche non parlano esplicitamente della presenza della Vergine al monte degli Ulivi nel giorno dell’Ascensione, la tradizione della Chiesa la raffigura al centro dell’icona con gli apostoli perché così viene presentata per l’ultima volta nel libro degli Atti: “Tutti erano assidui e concordi nella preghiera insieme con alcune donne e Maria, la madre di Gesù e i fratelli di lui” (At 1, 13 seg). La Theotokos, dunque, posta al centro, è l’asse del gruppo situato in primo piano. Essa si staglia sullo sfondo del biancore angelico. “Più pura dei cherubini e più grande dei serafini” è il centro prestabilito dove convergono i mondi angelico e umano, la terra e il cielo. Tuttavia il Cristo siede alla destra del Padre, “al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione … capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose” (Ef1,20-23). Figura della Chiesa, la Vergine è sempre rappresentata al di sotto del Cristo. Il suo atteggiamento è duplice: “orante”, è colei che intercede presso Dio, e “purissima” è la santità della Chiesa di fronte al mondo. La sua immutabilità traduce la verità immutabile della Chiesa. La grazia e la leggerezza della sua figura fanno netto contrasto con le figure virili degli apostoli in movimento che la circondano. Il suo significato ecclesiale è sottolineato dalla sua verticalità lanciata verso l’alto e dalle sue mani disposte in offerta e supplica per il mondo. Le tre stelle sulla testa e sulle spalle simboleggiano come sempre la sua verginità prima, durante e dopo il parto. Le estremità delle braccia alzate degli angeli e i piedi della Vergine formano i tre punti di un triangolo, e questa figura si staglia così fortemente sul collegio degli apostoli da tradurre visibilmente l’immagine della Trinità di cui la Chiesa è l’impronta. Gli angeli, infatti, ricordano il Padre e lo Spirito Santo, mentre la Vergine, con la sua corporeità, il Figlio che ha preso le sembianze umane proprio da lei: la sollecitudine “materna” di Dio, Uno e Trino. Le forme geometriche sacre che sostengono la composizione, oltre al triangolo, fanno vedere il cerchio della Chiesa, che passa attraverso le figure esterne degli apostoli e riflette il cerchio che circonda Cristo. Le linea verticale che unisce la testa del Salvatore e quella della Vergine divide l’insieme esattamente in due parti uguali, s’interseca con la linea dell’orizzonte e forma una croce perfetta.

Gli apostoli

Gli apostoli sono divisi in due gruppi di sei: in primo piano, a sinistra, sta Pietro, mentre a destra è raffigurato Paolo. I due sono chiamati, infatti, i coriferi, i principi degli apostoli. Anche se Paolo non era ancora convertito al tempo dell’Ascensione storica di Gesù, l’icona si presenta come una elaborazione teologico-spirituale dell’evento. Paolo è allora raffigurato con gli altri apostoli e con Maria per indicare la Chiesa sposa in attesa del Cristo sposo. San Cirillo di Gerusalemme ci parla anche di un rapporto tutto particolare tra Paolo e l’Ascensione; dice, infatti: “Se Elia giunse fino al primo cielo, Paolo arrivò al terzo: conseguì una dignità più alta. Non vergognarti, allora, dei tuoi apostoli: essi non sono minori di Mosè o inferiori ai profeti, ma sono buoni tra i buoni, anzi migliori tra i buoni. Elia fu trasportato in cielo, ma Pietro ha le chiavi del Regno dei Cieli, perché si sentì dire: ‘Qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli’. Elia fu assunto solamente in cielo; Paolo invece non solo in cielo ma anche in Paradiso – conveniva, infatti, che i discepoli di Gesù ricevessero una grazia più abbondante – e ascoltò parole arcane che uomo non può dire. Paolo discese non perché fosse indegno di dimorare nel terzo cielo ma affinché, discendendo arricchito e pieno di gloria, predicasse il Cristo, morisse per lui e ricevesse la gloria del martirio”. Gli sguardi degli apostoli sono rivolti alcuni verso il Cristo glorioso, altri verso gli angeli. Quelli che guardano verso il Cristo sembrano gridare come il profeta Eliseo quando si vide “rapire” il suo maestro Elia su di un carro di fuoco: “Padre mio, padre mio, cocchio d’Israele e suo cocchiere” (2Re 2,12). Mentre quelli che guardano verso gli angeli ascoltano la promessa: “Tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11 


mercoledì 15 maggio 2019

Descrizione dell'Icona della Samaritana


DESCRIZIONE DELL’ICONA

L’icona riproduce fedelmente il momento dell’incontro tra Gesù e la donna Samaritana presso il pozzo di Giacobbe. Al centro dell’icona c’è il pozzo con Gesù seduto a sinistra e la Samaritana in piedi a destra con la brocca dell’acqua poggiata vicino al pozzo, mentre nella mano sinistra tiene la cordicella legata alla brocca. In genere dietro il pozzo emerge un albero dal tronco mozzato con un nuovo ramo che si divide in tre. La scena è dominata da un monte con due cuspidi che si erge come un muro divisorio tra i discepoli dal lato di Gesù e la città coi Samaritani dall’altro lato. La montagna lascia appena intravedere una caverna aperta dal lato dei discepoli di Gesù.

Commento all’icona

Il pozzo
L’incontro tra Gesù e la Samaritana avviene presso il pozzo detto di Giacobbe; era verso mezzogiorno. Il pozzo nel mondo della Bibbia, soprattutto nel periodo più antico, è un luogo importante. Il pozzo significa sorgente di vita e diventa pertanto un punto focale che rende possibile l’esistenza della società umana. Intorno a questi luoghi-chiave, tutta una vita può nascere e svilupparsi. Proprio per l’importanza che questi luoghi avevano per la vita della società antica, intorno ai pozzi s’intrecciano storie di ogni genere. Ma quelle più belle e anche più interessanti anche al fine della comprensione del testo del vangelo che stiamo analizzando, sono certamente le storie di amore. Analizzeremo tre testi che ci aiuteranno meglio nella comprensione dell’episodio dell’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo.
Il primo racconto (Gen 24) ruota attorno al tentativo di Abramo di procurare una sposa al proprio figlio Isacco. A tale proposito, il patriarca invia il suo vecchio servo nella propria terra natale, lontano da Canaan. Il servo si ferma presso un pozzo e prega così: “Signore, Dio del mio padrone Abramo, concedimi un felice incontro quest’oggi e usa benevolenza verso il mio padrone Abramo! Ecco, io sto presso la fonte dell’acqua, mentre le fanciulle della città escono per attingere acqua. Ebbene, la ragazza alla quale dirò: Abbassa l’anfora e lasciami bere, e che risponderà: Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere, sia quella che tu hai destinata al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato benevolenza al mio padrone” (Gen 24, 12-14). Poco dopo una ragazza di nome Rebecca arriva al pozzo con la brocca per attingere l’acqua. Il servo domanda da bere e le cose avvengono così come sono state descritte nella sua preghiera. La ragazza lo invita a passare la notte nella sua famiglia ed egli scopre con stupore che sono i parenti di Abramo. Dopo un lungo scambio di parole, Rebecca accetta di partire con il vecchio per ricevere Isacco come sposo. In questo racconto vi sono dei dettagli che evocano il vangelo di Giovanni. Dopo il suo incontro con l’uomo al pozzo, la giovinetta corse ad annunziare alla casa di sua madre tutte queste cose (Gen 24,28; cfr. Gv 4,28) e disse: così mi ha parlato quell’uomo (Gen 24,30; cfr Gv 4,29). Non si deve immaginare che questi confronti siano una semplice coincidenza. I cristiani della prima generazione erano per la maggior parte ebrei che conoscevano in modo eccellente le Scritture del loro popolo. Dunque non si tratta di coincidenze ma di richiami volontari.
Il secondo racconto che ci accingiamo ad analizzare è quello citato in Gen 29,1-14 che vede come protagonista Giacobbe, figlio di Isacco. Lontano dal suo paese e dalla sua casa, si ferma vicino a un pozzo coperto da una grande pietra. Alcuni pastori stanno aspettando che tutti siano presenti prima di spostare la pietra che ostruisce l’apertura del pozzo. Proprio in quel momento arriva in quel luogo una ragazza con il proprio gregge. È Rachele, la cugina di Giacobbe. Immediatamente Giacobbe toglie la pietra dal pozzo e abbevera il bestiame di suo zio Labano. Egli entra in casa di suo zio e vi si trattiene. Volendo sposare Rachele, trascorre quattordici anni presso lo zio. In tutto, rimarrà in questa regione per una ventina d’anni. Proprio come il suo discendente Gesù, Giacobbe offre dell’acqua ad una donna sconosciuta. Gli ebrei spiegano nei loro commentari biblici, che quando Giacobbe toglie la pietra dal pozzo, l’acqua comincia a sgorgare e diventa una grande fontana, tant’è che da quel momento in avanti ci sarà acqua in abbondanza per tutti. Tale versione del racconto spiega peraltro il comportamento di Labano che cerca di trattenere Giacobbe in quel paese il più possibile: ha paura che dopo la sua partenza, l’acqua venga a mancare di nuovo, e che si debba di nuovo penare per dare da bere a uomini e bestiame. 
Dunque, alla luce di questa rilettura, la replica della Samaritana, quando Gesù le promette dell’acqua viva, si riveste di un nuovo significato: Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe…? (Gv 4,12). In altri termini: “Stai per fare un miracolo come lui, o addirittura qualcosa di ancora più grande?
Il terzo racconto di questa tradizione riguarda Mosè (Es 2,15-22). Costretto a fuggire dall’Egitto dopo il suo tentativo fallito di ristabilire la giustizia, si sta riposando ai bordi di un pozzo. Delle ragazze, qui sette sorelle, arrivano per abbeverare le loro greggi, e vengono intimiditi da alcuni pastori. Mosè viene in loro soccorso e poi da’ dell’acqua al bestiame. Il loro padre lo invita a rimanere a casa loro; non ci sorprenderà sapere che Mosè finisce per sposare una di loro. Anche qui, quando gli ebrei raccontavano questa storia aggiungevano degli elementi supplemen-tari. In una versione, facendo sgorgare l’acqua dal pozzo, Mosè compie un miracolo analogo a quello di Giacobbe; in tal modo, il suo futuro suocero sa che egli è un discendente di Giacobbe. E lo storico ebreo Giuseppe Flavio narra l’inizio del racconto nel seguente modo: “Giun-gendo nella città di Madian, Mosè … era seduto presso un pozzo a causa della fatica del giorno: era mezzogiorno, non lontano dalla città”. Si tratta di dettagli che troveremo più tardi nel Vangelo di S. Giovanni (Gv 4, 5-6). Così il suo incontro con la Samaritana colloca Gesù nella linea diretta dei patriarchi e di Mosè: come vedremo, di fatto, egli realizza ciò che essi prefigurano in modo materiale. Concludendo possiamo dire che il pozzo nel mondo biblico antico possiede una densità di significati che ne fa un luogo privilegiato per capire i rapporti tra Dio e gli esseri umani. Infatti esso è sorgente di vita; luogo di ritrovo, di conflitto e di riconciliazione; luogo di incontro, soprattutto tra un uomo e una donna in vista di un matrimonio; simbolo di un Dio che si prende cura del proprio popolo.

L’albero: L’icona mostra un albero che fuoriesce proprio da dietro il pozzo. Cosa sta a simboleggiare? Guardandolo bene si nota che è un albero che ha sofferto diverse lacerazioni. Era diventato un tronco da cui poi è uscito un nuovo ramo che si divide in tre parti. L’albero raffigura la storia tormentata del regno d’Israele. Un regno unito per poco tempo, poi a causa dei peccati d’infedeltà, viene “tagliato”, reciso, ma mai ucciso. Questo albero sintetizza in se diversi significati biblici.
È innanzitutto la raffigurazione della profezia di Isaia: “Un virgulto spunterà dal tronco di Jesse”, una profezia messianica che si realizza pienamente in Gesù, il Messia atteso. Questa verità la troviamo proprio nel dialogo tra Gesù e la Samaritana: “So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa”. Le disse Gesù: “Sono io, che ti parlo”.
L’albero che si dirama in tre rami è un chiaro riferimento alla Trinità. I tre rami verdi sono il simbolo delle tre Persone. Il ramo che si trova accanto a Gesù si biforca per esprimere il mistero dell’incarnazione. Diventando uomo, l’unica persona di Gesù unisce, senza confusione, due nature: quella umana e quella divina. La missione di Gesù di donare l’acqua viva è allora la missione di tutta la Trinità. Infatti nel dialogo con la Samaritana, Gesù parla del Padre e dello Spirito Santo come “acqua viva”. Colpisce il dito della mano sinistra di Gesù che indica il pozzo. Quel dito, sottile e allungato, somiglia e rimanda a quello dell’angelo che nell’icona della SS. Trinità raffigura lo Spirito Santo: Il “dito di Dio”. L’acqua viva che Gesù promette è lo Spirito Santo, l’altro “Consolatore” che procede dal Padre, che non dirà cose diverse, ma “prenderà del mio (da Gesù) e ve lo annunzierà”.
L’albero inoltre ricorda l’albero della vita del paradiso i cui frutti sfamavano la fame di vita eterna di Adamo ed Eva. Gesù promettendo l’acqua viva diventa lui stesso l’albero della vita e allo stesso tempo il frutto di vita eterna: “l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”.
L’albero, infine, richiama la croce. Sulla croce, per adempiere le Scritture Gesù disse: Ho sete. Ritorna la richiesta fatta al pozzo alla Samaritana. È la sete di Gesù di donare “l’acqua viva” che l’evangelista Giovanni vede realizzarsi in questi due segni: nell’ultimo respiro di Gesù, preludio all’effusione dello Spirito Santo, e dal suo cuore squarciato dalla lancia del soldato romano, da cui fuoriescono sangue e acqua subito dopo la morte.

I Samaritani
Doveva perciò attraversare la Samaria. La decisione di Gesù di passare per la Samaria ha un significato profondo, che fa parte della missione che egli ha ricevuto dal Padre. Al tempo di Gesù tra Ebrei e Samaritani non correva buon sangue. Gli ebrei consideravano i Samaritani come dei “fratelli impuri” in quanto la loro razza si era formata dopo che il Regno del Nord era caduto in mano all’impero Assiro. I fatti si erano evoluti in questa maniera. Come regno Israele durò solo pochissimo tempo, durante il regno del re Davide e di suo figlio Salomone. Alla morte di Salomone, soltanto due tribù rimasero fedeli alla casa di Davide e divennero il regno del Sud, detto di “Giuda”. Le altre tribù scelsero altri re e formarono il regno del Nord, con la città di Samaria come capitale. Due secoli dopo questa spartizione il regno del Nord fu invaso e distrutto dagli assiri, una parte del popolo fu deportata e altre popolazioni si insediarono in questa terra. I samaritani sono così i discendenti degli antichi sudditi del regno del Nord. Essi avevano fede nel Dio di Israele e accettavano i libri di Mosè, i primi cinque libri della Bibbia, ma non i libri profetici scritti dopo lo scisma. Non si recavano a Gerusalemme per adorare Dio, ma frequen-tavano il loro santuario sul monte Garizim. Ma il popolo ebraico conser-vava sempre la nostalgia dell’unità perduta e la speranza di una riunificazione. Secondo i profeti, quando Dio fosse venuto per salvare i suoi, uno dei segni importanti sarebbe stata la restaurazione delle dodici tribù, con il Nord e il Sud riuniti di nuovo sotto un solo capo. 
“I figli di Giuda e i figli d’Israele si riuniranno insieme, si daranno un unico capo e saliranno dal proprio territorio, perché grande sarà il giorno di Izreèl!” (Osea 2,2)
Di fronte a questo scenario, possiamo capire meglio il senso della venuta di Gesù in Samaria. Egli viene per compiere le promesse dei profeti, il disegno di Dio di riunificare il suo popolo. Dunque la presenza di Gesù in Samaria e il suo incontro con i samaritani diventano così un segno del fatto che Dio sta radunando il suo popolo nell’unità abolendo la separazione secolare tra il Nord e il Sud. Nell’icona il segno della separazione tra Ebrei e Samaritani è raffigurata dalla montagna che divide da una parte i discepoli di Gesù e dall’altra il villaggio dei Samaritani. È una montagna alta e ripida che esplicita tutta la difficoltà del dialogo tra questi due popoli. Ma questa montagna nasconde una grotta che si vede dalla parte dei discepoli. È la grotta che simboleggia la morte di Gesù e la sua discesa agli inferi. Le due cuspidi della montagna stanno a simboleggiare le due nature di Gesù che saranno finalmente evidenti proprio a partire dalla sua morte e risurrezione. Quando Gesù porterà a termine la sua missione allora i suoi discepoli capiranno che in Cristo Gesù tutti i muri di divisione devono essere abbattuti e, come dice il profeta: “Ogni colle sia abbassato”.

Dialogo tra Gesù e la Samaritana
Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Gesù è stanco: in lui, Dio assume tutta la condizione umana, la salvezza che egli offre passa attraverso una solidarietà con gli aspetti negativi della nostra esistenza. Il riferimento preciso all’ora dell’incontro lo ritroviamo nel vangelo di Giovanni nel racconto della passione: “verso mezzogiorno: Pilato disse ai giudei: “Ecco il vostro re!” (Gv19,14). Questo collegamento discreto all’ora della passione ci fa capire che nell’ora della croce Gesù compirà la sua missione nel dono totale di se come cibo di vita eterna, come acqua viva.
Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Al pozzo arriva per attingere acqua, una Samaritana. È una donna che molto probabilmente vive ai margini della comunità. È proprio l’ora della sua apparizione a essere una prima indicazione della sua condizione marginale. Infatti in un paese caldo come la Palestina il compito di attingere l’acqua veniva svolto al mattino presto oppure la sera, per approfittare della frescura del giorno. Venendo a mezzogiorno, ora in cui il sole cade a picco, la donna è quasi sicura di non incontrare nessuno. Questo lascia intendere che questa donna non sia in buone relazioni con i suoi cittadini, anzi, che sia addirittura una “peccatrice”. L’icona raffigura bene il dialogo che intercorre tra Gesù e la Samaritana. Dai gesti delle mani, dagli sguardi, dalla posizione dei corpi possiamo leggervi il dialogo. Entrando in relazione con la Samaritana Gesù si pone in una posizione di inferiorità. Le sue parole non sono un ordine ma una richiesta. Le va incontro con le mani vuote, in cerca di qualcosa che solo lei è in grado di dargli. Per quanto riguarda la ricerca dell’acqua, essa ha una brocca ed è, apparentemente, in una posizione di forza nei suoi confronti. Così, Gesù comincia abbassandosi, gesto che ha per conseguenza il fatto di rialzare la donna. In altre parole, Gesù le rivela la sua dignità umana: egli ha bisogno di lei, lei ha qualcosa da dargli. Facendo questo, Gesù mostra allo stesso tempo in che cosa consiste la vera dignità umana: nella capacità di dare e di darsi.

L’acqua viva
Gesù chiede alla Samaritana da bere, e alla risposta carica di perplessità della donna: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” Gesù introduce subito il discorso dell’acqua viva. Gesù ha sete, ma di donare salvezza! “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Quest’acqua che Gesù promette non è una acqua normale, materiale. In effetti quest’acqua ha la proprietà inaudita di dissetare definitiva-mente, di dare tutto ciò che è necessario alla vita. Ma che cosa è questa acqua viva che Gesù promette alla donna? Nello stesso vangelo di Giovanni ne troviamo la risposta: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato” (Gv 7,37-39). L’acqua viva è allora il dono dello Spirito Santo che scenderà su tutta l’umanità con la glorificazione di Gesù, quando egli porterà a compimento la sua missione terrena. Si capisce allora come solamente Giovanni nota nel suo vangelo il compiersi delle parole di Gesù quando, trafitto dalla lancia del soldato romano sulla croce, dal suo costato escono sangue ed acqua. Attraverso il dono della sua vita (il suo “sangue”), Gesù diventa per l’umanità una sorgente di acqua viva, comunica definitivamente la realtà del Dio vivente attraverso il dono senza misura del suo Spirito. “Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. Si passa dall’acqua materiale a quella spirituale, dalla sete di Gesù alla sete della donna. Il dialogo conduce lentamente la donna a scoprire la sua sete. Ma a questo punto sorprende la richiesta di Gesù che sembra apparentemente non avere nessuna attinenza con la “sete” della donna: “Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui”. Non appena la Samaritana comincia a intraprendere la strada della sete spirituale, Gesù la rimanda alla sua vita quotidiana, alle sue relazioni con i suoi vicini, cominciando da colui che dovrebbe esserle più vicino tra tutti. Facendo questo, egli impedisce che la sua religione diventi una fuga, un modo di voltare le spalle a un mondo inospitale per trovare rifugio lontano dalla realtà. Rispose la donna: “Non ho marito”. Le disse Gesù: “Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”. Gesù non la condanna rivelandole il disordine affettivo e morale della sua vita, ma vuole aiutare la donna a prendere consapevolezza che il dono dell’acqua viva passa attraverso il desiderio vivo e sincero di affidare a Dio tutte le proprie debolezze e lasciarsi guarire. L’acqua viva giunge a chi è “vero”, a chi è disposto a non nascondere le proprie miserie davanti a Dio. Il dono dell’acqua viva passa attraverso la nostra disponibilità, umile e sincera, a prendere consapevolezza delle nostre miserie e ad essere pronti al cambiamento. Questo cambiamento la Samaritana è disposto a farlo. Ne è prova il fatto che a un certo punto “lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?”. La Samaritana diventa annunciatrice della gioia che le è entrata nel cuore, dell’acqua viva che senza accorgersene ha inondato la terra arida della sua anima. Come i discepoli lasciarono le reti e lo seguirono, diventando pescatori di uomini, così la Samaritana lascia la brocca, cioè la sua sete materiale, e diventa portatrice di un’altra acqua, quella viva che Gesù le ha donato. Come nelle Nozze di Cana, Gesù è lo sposo venuto per celebrare le sue nozze con la Chiesa sua sposa. Gesù è dunque lo sposo venuto per invitare gli uomini a entrare in una comunione di vita con lui e, in tal modo, con il Padre. Accogliendo il Cristo e bevendo la sua acqua viva o il suo vino nuovo, noi partecipiamo già alle nozze dell’Agnello, alla gioia di un mondo riconciliato. Per la Samaritana che aveva avuto sei uomini, Gesù si presenta come il vero sposo, il settimo uomo ad entrare nella sua vita, per placare la sua ossessionante ricerca facendola passare ad un altro livello: in questo numero c’è l’immagine del sabato, il settimo giorno che apre la settimana a un compimento in Dio. Ed ecco che alla fine sono i samaritani a portare questa linea al suo punto culminante: Sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo. Gesù offre a tutti i popoli della terra l’acqua viva, che li rende veri adoratori del Padre in spirito e verità. Attraverso il Cristo una sorgente di riconciliazione veramente universale entra nella storia del nostro mondo. Anche se universale, questa sorgente è allo stesso tempo personale, poiché essa entra nel cuore di ciascun essere che si avvicina a Gesù in un atteggiamento di disponibilità.


sabato 20 aprile 2019

La Resurrezione di Cristo: Icona e mistero

LA RESURREZIONE



    La tragedia del Golgota, come la presentano gli inni e le letture del Venerdì Santo e la riassume l'icona della Crocifissione, ebbe anche il suo epilogo: «E presone il corpo Giuseppe d'Arimatea lo avvolse in una sindone pulita e lo depose nel proprio sepolcro, che da poco aveva scavato nella roccia; fatta rotolare una grossa pietra all'entrata del sepolcro, se ne andò» (Matteo, 27, 59 60).

    Per gli Scribi e i Farisei l'astro di Gesù era tramontato. Avevano battuto il pastore e disperso le dodici pecorelle, i suoi discepoli. Avevano acquietato la loro ultima ansia per la possibile resurrezione di «quel seduttore», dal momento che avevano «assicurato il sepolcro, sigillando la pietra con un corpo di guardia» (Matteo, 27, 66). Eppure il trionfo di Cristo iniziava proprio da lì, dove i suoi nemici Lo avevano visto finire. 

    I primi canti di vittoria si ascoltano durante la santa officiatura della Resurrezione con l'inno: «Sei disceso nelle profondità della Terra e hai infranto sbarre secolari, che trattenevano prigionieri, o Cristo, e dopo tre giorni, come Giona dal pesce, sei risorto dal sepolcro» (Canone, Ode VI).

    Sulla discesa del Signore nell'Oltretomba non ci informano i santi Evangeli. Ma quattro passi scritturistici ne parlano esplicitamente: Salmo 16(15), 9 10, Atti 2, 3 1, 1 Pietro 3, 18 19 e 4, 6.

    Concorde è altresì la testimonianza dei Padri della Chiesa, come appare tanto dai loro scritti quanto dalle deliberazioni sinodali. Recita ad esempio il VII Concilio Ecumenico: «Professiamo Lui (il Cristo)... che ha saccheggiato l'Inferno e ne ha liberato i prigionieri di secoli» (Documenti). Aggiungiamoci pure le preghiere e gli inni del Culto divino, come pure l'evangelio apocrifo di Nicodemo. Da quest'ultimo, quattro passaggi ci faciliteranno la comprensione dell'icona della Resurrezione (I Anástasis, che di solito reca come dicitura I is àdu Káthodos, la Discesa agli Inferi).

l. «Noi dunque   raccontano coloro che sono risorti dai morti   eravamo all'Inferno insieme a tutti coloro che dormivano dai secoli. Alla mezzanotte da quell'oscurità sorse come la luce di un sole e brillò, e tutti ne fumino illuminati e ci vedemmo l'un l'altro. E subito il nostro padre Abramo, unitosi ai patriarchi e ai profeti, e tutti ricolmi del pari di gioia si dissero tra loro: questa è la luce di una grande illuminazione ... ».

2. «Poi venne nel mezzo un altro asceta dal deserto, e i patriarchi gli dissero:  Chi sei?  E quegli rispose:   lo sono Giovanni, il compimento dei profeti che ho reso dritte le vie del Figlio di Dio ed ho annunciato ai popoli il pentimento e la remissione dei peccati ... ».

3. «Mentre così l'Ade parlava con Satana, il Re della Gloria stese la destra, afferrò e svegliò il progenitore Adamo. Quindi, voltosi verso gli altri, disse:   Qui con me, tutti voi che siete periti per il legno che costui ha toccato: ecco, per mezzo del legno della croce vengo a destarvi ... ».

4. «Allora il Re della Gloria, afferrato per il capo il tiranno Satana e consegnatolo agli angeli, disse:   Legatene mani e piedi e collo e bocca con ferri... . Poi, riconsegnandolo all'Ade, disse:   Prendilo e custodiscilo bene fino alla mia seconda venuta! ». (Il, 1   VI, 2).

    In accordo con la dottrina della Chiesa, l'annuncio della salvezza fu diretto a tutti i morti, non soltanto ai giusti dell'Antico Testamento. Naturalmente non tutti furono salvati. Si salvarono coloro che allora avevano creduto e avevano regolato le loro vite in ossequio alla legge di Dio.

    La narrazione dell'evangelio apocrifo di Nicodemo, l'affermazione dell'apostolo Pietro secondo cui il Signore «diede l'annuncio anche alle anime che giacevano in carcere (nella prigionia dell'Inferno)», come pure ciò che annunziano i tropari della Resurrezione della nostra santa Chiesa, offrono materiale all'iconografo ortodosso per comporre la santa icona dell'Anástasis.

    L'icona della Resurrezione nella Chiesa ortodossa prevede due tipi: l'uno è la discesa di Cristo nell'Ade, della quale s'è appena trattato; il secondo soggetto iconografico è quello che rappresenta a volte Pietro e Giovanni di fronte al Sepolcro vuoto, a volte l'angelo che, «seduto sulla pietra» apparì alle Mirofore. Più tardi l'icona della Resurrezione con questo soggetto si arricchì delle scene con l'apparizione del Cristo a Maria Maddalena (il "Noli me tangere", Mí mu áptu) e alle due Marie (il Saluto delle Mirofore, Chére tón Mirofóron). L. Uspensky scrive in proposito: «Queste due composizioni sono usate nella Chiesa ortodossa come icone della Resurrezione. Nell'iconografia ortodossa tradizionale il momento vero e proprio della Resurrezione di Cristo non fu mai raffigurato. Tanto i Vangeli quanto la Tradizione della Chiesa mantengono il silenzio su quel momento e non dicono come il Signore sia risorto, cosa che non fanno per la resurrezione di Lazzaro. Neppure l'icona lo mostra. Questo silenzio esprime chiaramente la differenza che sussiste tra i due eventi. La resurrezione di Lazzaro era un segno che tutti potevano capire, di contro, la Resurrezione di Cristo fu inaccessibile a qualsiasi razionalizzazione... Il carattere imperscrutabile per la mente umana di questo evento e, di conseguenza, l'assurdità di una sua eventuale raffigurazione è il motivo per cui sono assenti le immagini della Resurrezione in sé. Perciò nell'iconografia ortodossa esistono due icone che rispondono al significato di questo evento e sono complementari l'una all'altra. La prima è una rappresentazione simbolica: raffigura l'attimo che precede la Resurrezione in corpo e in spirito di Cristo, la discesa negli Inferi, la seconda l'attimo che segui la Resurrezione, la storica visita delle Mirofore alla Tomba di Cristo».
    Quanto è stato osservato si accorda ai Tropária anastásima della nostra Chiesa, che sottolineano l'insondabile mistero della Resurrezione e lo mettono in parallelo con la Natività di Cristo dalla Vergine e la Sua manifestazione ai discepoli dopo la Resurrezione («Sei venuto fuori dal sepolcro, cosi come fosti partorito dalla Vergine»; «Come uscisti dalla tomba pur sigillata, così Ti presentasti attraverso le porte pur chiuse ai Tuoi discepoli»).
    Oltre i due tipi di rappresentazione or ora trattati, se ne incontra un altro nelle nostre chiese: quello che mostra il Cristo nudo, con un mantello gettato sulle spalle, mentre esce dalla Tomba reggendo un vessillo rosso. Quest'icona non è ortodossa, bensì occidentale. Prevalse in Oriente al tempo in cui l'aghiografia ortodossa di tradizione bizantina fu soppiantata sin dalla radice a causa dell'imporsi della pittura del Rinascimento. t stato sostenuto che «la grande preferenza nei confronti della resa all'occidentale della Resurrezione è dovuta, tra l'altro, anche all'influsso dei pellegrini dei Luoghi Santi, poiché sopra l'ingresso del Santissimo Sepolcro si trovava un'icona della Resurrezione di maniera occidentale, del tutto simile, la quale, ricopiata sotto forma di vari souvenirs dei pellegrini, diventò modello per molti pittori. Così possiamo arguire come il concreto tipo iconografico si sia trasmesso tanto dall'Occidente quanto dalla Terra Santa» (Icone dell’Arte Cretese.... pag. 357).
    Passiamo dunque a presentare l'icona della Resurrezione, detta anche della «Discesa agli Inferi», perché «è questa la genuina immagine della Resurrezione, che gli antichi iconografi ci hanno trasmesso, in accordo con l'innodia della nostra Chiesa. Esplicita attraverso la pittura tutti i significati sacri e simbolici che in particolare esprime il tropario, notissimo a tutti e cantato da tutti, dai piccoli ai vecchi: "Christòs anésti ek nekrón... Cristo è risorto dai morti, con la morte calpestando la morte, e a coloro che giacevano nei sepolcri donando vita"» (F. Kóndoglu).


DESCRIZIONE DELL'ICONA.

    Ai piedi dell'immagine, tra rupi scoscese, si apre una voragine oscura. Discemiamo i sarcofagi di marino, le porte della dannazione con le serrature, i chiodi e i chiavistelli sparsi qui e là, come pure le figure di Satana e di Ade con i visi spaventati e gli occhi vitrei. Sono gli «abissi della Terra», «le dimore di Ade», in cui il Signore scese per dare l'annuncio della salvezza «a coloro che vi dormivano da secoli».
    Al di sopra della cavità, al centro dell'icona, si avanza il Vincitore della morte, il Cristo. L'aureola sul Suo capo, le sue raggianti vesti d'oro e di porpora e l'aspetto trionfale del suo volto si accordano in pieno con quel distico dell'officiatura di Pasqua: «Cristo, sceso da solo a battaglia contro Ade, ne risalì dopo aver preso gran bottino di vittoria».
    Cristo ritorna in trionfo dalla sua lotta. A tenerLo per la mano è Adamo, mentre, inginocchiato, lo guarda con gratitudine. Dietro di lui Eva, con un mafórion tutto rosso e presso di lei i giusti, che aspettavano con fede la venuta del Salvatore. In mezzo ad essi Abele, che per primo provò la morte. Sul lato sinistro sono rappresentati i re e i profeti dell'Antico Testamento Davide, Salomone, Mosé, con il Precursore e altri. Tutti costoro hanno riconosciuto il Salvatore disceso negli Inferi ed hanno preparato il suo annuncio, così da trovare risposta nelle anime dei defunti.
    In alcune icone la rappresentazione del Signore trionfatore è più accesa, perché in esse Egli regge con la mano la vivificante Croce, l'«invincibile trofeo» della pietà, con cui ha annientato la potenza e il dominio della morte.
    Altrove abbiamo nella parte alta dell'immagine due angeli che tengono in mano i simboli della Passione e nella spelonca la morte, raffigurata sotto le sembianze di un vecchio in catene.
    Questi è stato legato dagli angeli nei suoi stessi ceppi, tramite i quali teneva vincolato e sottomesso il genere umano.
    Racchiudono la raffigurazione due rocce grigie con ripiani piatti e le iscrizioni: H ANACTACIC / IC XC.
    È stato ben osservato che «la composizione dell'icona è profondamente studiata, fin nei più piccoli particolari.
    Tutto, dalla configurazione delle rocce in secondo piano fino agli stessi rapporti di colore, contengono un senso più profondo ed obbediscono ad un disegno generale. La rappresentazione figurativa del testo apocrifo acquisisce un carattere simbolico. Nel contempo, tuttavia, non si perde il rapporto con gli episodi concreti del testo» (Icone dell'Arte Cretese..., pag. 327).


IL SIGNIFICATO SIMBOLICO DELL'ICONA.

    Riscontriamo la valenza simbolica della nostra icona nei relativi tropari della nostra Chiesa (Anastásima tropária). In essi la liberazione dai ceppi dell'Inferno è legata alla liberazione di tutti gli uomini, come ad esempio notiamo nel seguente tropario: «Signore che ascendesti sulla Croce, hai cancellato la nostra maledizione atavica; e disceso in Ade hai emancipato coloro che da secoli erano in catene, facendo dono al genere umano dell'incorruttibilità; per questo, inneggiando rendiamo gloria alla tua vivificante e salvifica Resurrezione» (Apóstichon anastásimon dell'Esperinós, Tono IV).
    La Resurrezione di Cristo ha trasportato coloro che credono in Lui dalla morte alla vita. Come dice Giovanni Crisostomo nel suo Lógos Katichitikós. «Resuscitò Cristo, e non v'eran più morti nei sepolcri. Perchè Cristo, ridestato dai morti, divenne principio di coloro che si erano addormentati».



Tratto da CH. G. Gòtzís, 0 Mistikòs kósmos tón Vizandinón ikónon (11 mondo mistico delle icone bizantine), Diaconia Apostolica, Atene, 1995 2.


sabato 13 aprile 2019

Domenica delle Palme: descrizione dell'icona

DOMENICA DELLE PALME



    La solennità speciale di questa Domenica viene dall’antica tradizione di Gerusalemme (sec. 4°), dove sul "luogo stesso", proclamando l’Evan-gelo dell’evento, la Chiesa celebrava il Vespro facendo la "stazione" dalla basilica dell’Eleona, sul Monte degli Olivi. Poi in processione con tripudio di canti e reggendo le palme, la Comunità si recava alla basilica dell’Anástasis, visitando il luogo del Golgota; quindi si celebrava la Divina Liturgia di S. Giacomo (greca). Cominciava così la Settimana più densa dell’anno quanto a contenuti evocativi e celebrativi.
    Le note che risuonano oggi formano un’intensa sovrapposizione di gioia per la Gloria del Signore che si manifesta, e di profonda meditazione sul senso che la Passione prossima ha per Lui, per tutti i fedeli redenti e santificati, per il destino del mondo.

T. Federici: “Resuscitò Cristo” Commento alle letture della Divina Liturgia Bizantina
Eparchia di Piana degli Albanesi - Palermo 1996


DESCRIZIONE DELL’ICONA

Lo schema iconografico di questa icona è stato sempre lo stesso col passare dei secoli e questo perché ha avuto come unico elemento di riferimento il racconto degli Evangelisti.

L’icona colloca al centro Gesù sul puledro mentre entra in Gerusalemme. Alla sua sinistra si vede una montagna e due case che emergono da un muro di recinzione. Alla base della montagna c’è una grotta da cui fuoriescono i discepoli. Al centro si vede l’albero da cui i ragazzi tagliano i rami per festeggiare l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme. Altri ragazzi stendono ai piedi di Gesù i loro mantelli per accogliere il messia re. A destra c’è il popolo che accoglie Gesù con i rami di ulivo mentre entra nella città di Gerusalemme che è raffigurata tutta circondata da possenti ed alte mura.

Veniamo ora alla descrizione dei particolari dell’icona.
Le due case che si vedono a sinistra in alto sulla montagna, stanno ad indicare il villaggio di Bètfage da dove parte Gesù. Leggiamo infatti nei vangeli: Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: “Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui. E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte così: Il Signore ne ha bisogno”. Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto. Mentre scioglievano il puledro, i proprietari dissero loro: “Perché sciogliete il puledro?”. Essi risposero: “Il Signore ne ha bisogno”. (Lc 19,29-35).

“Non considerate questo fatto come una cosa di poco conto, - commenta Giovanni Crisostomo – chi può persuadere delle persone, verosimilmente povere e che si guadagnano la vita con il loro lavoro, a lasciarsi portar via i loro animali, forse unica loro proprietà, senza opporsi? Ma perché dico senza opporsi? Anzi, senza neppure dire una parola, o quanto meno, dopo aver chiesto il motivo tacendo e acconsentendo. Mi sembra, infatti, che nell’uno e nell’altro caso il comportamento di costoro è ugualmente ammirevole, sia che non abbiano fatto resistenza quando vennero portate via le bestie, sia che – dopo aver chiesto e avuto la spiegazione degli apostoli: il Signore ne ha bisogno – abbiano acconsentito, pur non vedendo il Signore, ma solo i suoi discepoli”.
I due discepoli condussero il puledro da Gesù e gettati i loro mantelli sull’animale, vi fecero salire Gesù. Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (Zac 9,9).

Il puledro della nostra icona procede baldanzoso, perché “Cristo, - commenta il Crisostomo – in questa occasione adempie due profezie: una mediante i suoi atti, e l’altra con le parole. Adempie la prima profezia cavalcando un’asina; e la seconda, realizzando le parole del profeta Zaccaria, il quale aveva preannunziato che il re avrebbe cavalcato un’asina. E, nell’adempiere l’antica profezia, ne avvia una nuova, prefigurando con i suoi atti ciò che sarebbe accaduto in avvenire: la chiamata dei gentili alla salvezza. Infatti i gentili erano considerati come animali impuri come lo è l’asino nella religione ebraica. In mezzo a loro egli si riposerà ed essi verranno a lui e lo seguiranno. Così la realizzazione di una profezia segna l’inizio di un’altra.

L’asino rappresenta l’elemento istintivo dell’uomo, una vita che si svolge tutta sul piano terrestre e sensuale. Lo spirito cavalca la materia che gli deve essere sottoposta, come Cristo cavalca l’asina. 
Nella Bibbia troviamo un episodio simile a quello dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. È quello che si riferisce alla tormentata successione e intronizzazione di Salomone quale successore di Davide sul trono di Israele. Leggiamo nel libro dei Re: “Il re Davide fece chiamare il sacerdote Zadòk, il profeta Natan e Benaià figlio di Ioiadà. Costoro si presentarono al re, che disse loro: “Prendete con voi la guardia del vostro signore: fate montare Salomone sulla mia mula e fatelo scendere a Ghicon. Ivi il sacerdote Zadòk e il profeta Natan lo ungano re d’Israele (1Re 1,32-34). Gesù, quale discendente di Davide, viene introdotto anche lui su un puledro figlio d’asina, ad occupare il posto di Re che gli era stato preparato. 

La domenica delle Palme è la festa dei bambini e l’iconografia dedica loro grande attenzione. Essi non si chiedono “Chi è costui?”, sono invece coloro che con le loro grida: “Osanna al figlio di Davide” suscitano l’indignazione di scribi e farisei. “Con la bocca dei bambini e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli” (Sal 8,3).

La montagna e i discepoli

La montagna che si erge sulla sinistra è il monte degli Ulivi da cui Gesù scese per entrare a Gerusalemme; numerosi, tuttavia, sono i suoi significati simbolici che in questa icona vengono espressi. Essa culmina in una cima con due punte perché si vuole sottolineare che nell’unica persona del Cristo ci sono due persone: quella divine e quella umana. È la montagna messianica che si ergerà contro quella di Sion. Sta scritto, infatti: “Il monte della casa del Signore sarà stabilito in cima ai monti e si alzerà al di sopra delle colline. Egli alzerà la mano contro il monte della figlia di Sion” (Is 2,2. 10,32). Guardando l’intera rappresentazione, la montagna si contrappone a Gerusalemme, la città chiusa entro le mura. Gesù in groppa al puledro guarda Gerusalemme, ma tutta la sua persona è volta verso la montagna, verso gli apostoli, il popolo nuovo. Il Crisostomo dice che “qui il puledro raffigura la Chiesa e il popolo nuovo che fin a quel momento era impuro e che diviene puro, quando Gesù si siede su di esso”. E continua osservando: “Notate qui come si mantiene il rapporto tra l’immagine e la realtà. Gli apostoli che sciolgono gli animali: sono infatti gli apostoli che hanno chiamato sia gli ebrei sia noi alla fede; e per mezzo loro siamo stati condotti a Cristo”.
Ai piedi della montagna si apre un antro da cui sembrano uscire al seguito di Cristo gli apostoli. Esso rappresenta la grotta del monte degli Ulivi “in cui insegnava il Signore” secondo quanto è testimoniato nel Diario della pellegrina Egeria. La grotta è una voragine nera, perché raffigura simbolicamente le tenebre. E i discepoli incarnano il popolo che camminava nelle tenebre che vide una grande luce, “su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1). Essi sono il popolo nuovo, rinnovato nella luce di Cristo.

La palma e Cristo

Sulla linea verticale che scorre idealmente al centro dell’icona vi è in primo piano il Cristo e, sullo sfondo, la palma da cui i bambini traggono dei rami per fare festa al Figlio di Davide. A Gerusalemme, ancora nella metà del secolo IV, vi era una tradizione che indicava la palma da cui erano stati staccati i rami per correre incontro al Cristo. Nelle Catechesi di Cirillo di Gerusalemme leggiamo: “Molti sono i veri testimoni di Cristo (…). Testimonia la palma che si trova nella valle e che fornì i rami ai fanciulli che allora inneggiarono a lui”. La presenza della palma in questa raffigurazione non è solamente un richiamo ad una realtà storica ma anche un elemento simbolico che si riferisce alla profezia di Isaia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, In quel giorno la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli (…) In quel giorno il Signore stenderà di nuovo la mano per riscattare il resto del suo popolo”. (Is 11,1-2. 11,10-11).
La palma è immagine del Cristo che colma il vuoto tra il monte di Dio, la Divinità, e la città, l’umanità.

La tunica del Cristo è di color porpora regale, mentre il suo mantello blu con riflessi dorati mostra la sua maestà. Ha tra le mani il rotolo dei nostri debiti, “il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli.