martedì 16 aprile 2019

Grande e Santo Martedì: La parabola delle 10 vergini

Grande e Santo Martedì: La parabola delle 10 vergini (di Papas Marco V. Sirchia)


I primi tre giorni della settimana santa sono caratterizzati ciascuno dal loro tema proprio, ben definito dal titolo e dalla memoria, ma ancor più da un tema comune dominante: le nozze di Dio con l'umanità.
E' lo stesso tema della domenica precedente. Ma all'ingresso trionfale in Gerusalemme lo Sposo appare nella gloria, misteriosa e tutta diversa da qualunque grandezza mondana, di un momento profetico, che è come il preannuncio e il sacramento del suo ritorno glorioso e delle nozze pienamente consumate; ora invece la liturgia lo contempla mentre avanza per il sacrificio, per celebrare l'unione con la nuova Sion nel mistero pasquale della sua morte e della sua resurrezione.
Il nuovo Adamo viene in Sion per subire le umiliazioni, i tormenti, la morte e infine per addormentarsi sulla croce nella sua morte vivificante.
In questi tre giorni il tono delle celebrazioni è dato da due tropari: Idhù o Nymphìos érchete: Ecco lo sposo viene; e l'exapostilàrion: Ton Nymphona su vlepo: Vedo il tuo Talamo adorno.
L'Icona canonica che dovrebbe essere esposta e venerata è quella del Cristo morto ma ritto nel sepolcro, dormiente il suo dolce sonno, sonno datore di vita come lo definiscono i S. Padri, col capo inchinato verso il suo costato trafitto da cui viene generata la nuova Eva: la Chiesa. 
Ecco lo sposo che viene nella notte della condizione umana. Beato quel servo che lo saprà riconoscere nel volto del bisognoso: affamato, assetato, nudo, forestiero, malato, carcerato. 
Lo sposo viene a riscattare quest'uomo e a illuminarlo con la sua luce. E' lo sposo paziente che alla fine si rivelerà giudice. Dinanzi a lui tutto sarà svelato e noi giudicheremo, senza pietà, noi stessi specchiandoci in Lui, nelle sue piaghe. Infatti la causa delle sue piaghe sono stati i nostri peccati (Is).
E' lo sposo che ti indica che vuole sposarti e che ti indica anche il talamo dove tu devi consumare le sue nozze con lui: la croce, che domina alle sue spalle.
L'invito evangelico alla vigilanza, sul quale ritornano con tanta insistenza gli uffici della settimana santa non é una virtù morale, é un modo di essere del cristiano. Il cristiano é colui che vigila anche se dorme.
E' questo l'insegnamento che questa sera la liturgia ci pone dinnanzi con la parabola delle dieci vergini.
Ieri ci ha fatto considerare il fatto del fico maledetto e seccato e la figura del patriarca Giuseppe.
Nel fico maledetto la liturgia ci fa vedere la fine del vecchio Israele che non ha conosciuto il tempo in cui é stato visitato da Dio, ma possiamo anche scorgere la nostra situazione di sterilità che tanta pena fa a Colui che vuole farci fruttificare ma noi non glielo permettiamo.
Gesù viene a cercare frutti dal fico perché ha fame; questa fame di Dio é un mistero profondo, che non può essere sorvolato. Gesù ha fame della salvezza di tutti, spiega Andrea di Creta nel Canone dell'apodhipnon di domenica sera. Anche S. Massimo il Confessore dà la stessa interpretazione nella sue opere: le Centurie Teologiche: "il Dio che brama la salvezza di tutti gli uomini ed ha fame della loro deificazione, fa inaridire la loro presunzione come il fico infecondo".
Infatti la maledizione di Gesù colpisce proprio la pretesa dell'uomo di appropriarsi dei doni di Dio.
Lo sposo si avvicina alla sua sposa e le chiede i frutti del suo amore, ma ella isterilita dalla vanità della vita non sa altro che dargli vanità, stupidità, apparenza, foglie in altre parole.
Nella prospettiva ancora dominante della venuta dello sposo il martedì considera la parabola delle dieci vergini, che é l'oggetto principale della memoria del giorno, ma completandola e interpretandola alla luce degli interi capitoli 24 e 25 del vangelo di Matteo e dei misteri pasquali, che incominciano a compiersi, e dei quali il collegamento con i capitoli evangelici della fine e del giudizio accentua il carattere ultimo e ultimativo.
E' ovvio in questo contesto il particolare rilievo dato al tema della vigilanza e della negligenza. Se la vigilanza cristiana, come abbiamo detto, si qualifica soprattutto nell'attesa del ritorno del Signore, in rapporto a lui, alla sua persona, al suo mistero; per contro la negligenza assume una gravità che si ingrandisce associata all'oblio litigi e all'ignoranza "àgnia".
Queste tre passioni costituiscono una trilogia terribile e sono fonti di infinite altre.
Il loro primo effetto consiste di fatto nel separare l'uomo da Dio e quindi nell'esporlo ad essere facile preda di qualunque attacco del nemico.
La visione biblica della vita, che i Padri e la liturgia hanno ereditato, é una visione di lotta: l'uomo é posto continuamente di fronte ad una scelta radicale tra Dio e il demonio, tra Dio e io nulla, scelta ami risolta su questa terra in modo definitivo. La negligenza, la rathimia, si pone come un'alternativa illusoria a questa scelta, allenta la tensione e il combattimento e porta inevitabilmente alla rovina.
Così é accaduto ai progenitori nel paradiso. L'ordine di Dio allora come ora é quello di stare in guardia, vigilare, combattere. I Progenitori non hanno combattuto e il demonio li ha vinti.
La liturgia ci ricorda che ora é il tempo della lotta, che l'olio delle lampade si deve acquistare sulla terra, perché poi, al tempo delle retribuzioni, non potremo più andarne in cerca.
Ripetendo un'idea forte della liturgia e del pensiero patristico, il teologo Nicola Cavasilas, insiste nell'affermare che l'officina in cui si fabbrica la vita in Cristo e la beatitudine futura é la vita presente e che di là non potremo vivere di questa vita, se fin d'ora non avremo cominciato a gustarla.

lunedì 15 aprile 2019

Grande e Santo Lunedì: Giuseppe l'ottimo.

LA SETTIMANA SANTA


Liturgia Bizantina

(Meditazioni dell'Archimandrita Papas Marco Vincenzo Sirchia)

Grande e Santo Lunedì: Giuseppe l'ottimo.

La giornata del Santo e Grande Lunedì è dedicata alla commemorazione di un personaggio che immediatamente viene collegato col Cristo sofferente e glorioso. Si tratta del figlio di Giacobbe e Rebecca: Giuseppe (cfr Gn 37-50), che la liturgia designa come l'ottimo hó pánkalos.
La connessione fra Gesù e la persona di Giuseppe è evidente, la vita di Giuseppe è prefigurazione di quella del Cristo: Giuseppe fu venduto agli Egiziani dai fratelli, Gesù fu consegnato nelle mani dei nemici da un suo discepolo. Giuseppe fu messo in prigione e ne esce coperto di gloria, Gesù viene messo in un sepolcro e ne esce vittorioso sulla morte.
Queste e altre similitudini che analizzeremo, hanno portato la Liturgia e i fedeli a privilegiare la persona del Patriarca ad altri personaggi biblici, che pur avendo la loro importanza nel campo cristologico, non sono stati introdotti nell'ambito liturgico-celebrativo.
Il "caso" di Giuseppe però non è così semplice come può sembrare. Il suo inserimento nella liturgia, o, per meglio dire, la sua non completa estrapolazione, indica che il personaggio è talmente importante da non potersi togliere dalla commemorazione del Santo e Grande Lunedì, o da inserirsi per forza.
A lui sono dedicati solo tre inni in tutto l'ufficio del mattino e alcuni, più numerosi, in quello di compieta.
Storicamente parlando gli inni del mattutino riservati a Giuseppe sono più antichi del resto dell'ufficiatura. A lui, infatti, sono dedicati, oltre alla Memoria, il Kontákion, l'Oíkos e il Doxastikòn degli Ap¢sticha. Il Kontákion antico era un racconto in poesia di una certa lunghezza, e alle volte assumeva il tono di un vero dramma, con i dialoghi fra i vari personaggi.
Oggi giorno il Kontákion, che si legge generalmente dopo la sesta ode del canone del mattutino, è la risultanza di quello che è rimasto degli antichi kontákia: una breve composizione poetica di poche strofe che riassume il contenuto celebrativo della liturgia in corso.
"Alla fine del VII secolo e, soprattutto, nel completo arco dell'VIII, assistiamo a un rinnovato slancio creativo, proveniente dalle regioni della Bibbia, in modo particolare dalla Palestina, per opera di semiti ellenizzati più nella lingua che nella struttura mentale.
In realtà costoro s'inseriscono piuttosto nel solco della tradizione siriaca e nel giudeo-cristianesimo.
I Kontákia cedono il posto a nuove "composizioni", meno colorite e d'un lirismo teologico molto più contenuto, ai Canoni appunto.
Come testimonianze erratiche delle ampie composizioni precedenti, sopravvivono solamente, - come sopra abbiamo già detto - tra la sesta e la settima ode di ogni canone, il kontákion iniziale e un oíkos.
Il canone si presenta come un lungo inno liturgico costituito da nove odi le cui strofe s'intercalano tra i versetti delle nove odi bibliche utilizzate tradizionalmente nella liturgia orientale"(53).
Il caso di Giuseppe è dunque il caso di una commemorazione forzata: troppo forti sono i contenuti cristologici perché la liturgia potesse interessarsi solo del fico maledetto dal Signore e seccato, o della passione del Cristo.
Si può dire con certezza che il ricordo di Giuseppe nella liturgia, non è presente a Costantinopoli. Nel Tipikòn della Grande Chiesa (54), non si dice niente a proposito. Anzi le letture della Genesi si leggono fino ai vespri di Lazzaro, e sembra che la parte centrale riguardante la vita, le persecuzioni e la gloria del figlio di Giacobbe, non venissero lette (55).
Ma allora gli inni in quale ambiente liturgico sono stati composti e come sono giunti fino a noi? 
Evidentemente ci troviamo dinanzi a un problema che difficilmente potrà trovare soluzione. Quello che però ci interessa è che il ricordo di Giuseppe non è stato cancellato ma conservato con un preciso motivo. Perché?
Olivier Clément nel suo saggio sul pentimento: Il canto delle Lacrime, ha definito i Kontákia e gli Oíkoi: "testimonianze erratiche delle ampie composizioni precedenti"(55).
In verità se si considerano tali composizioni nell'ambito del resto delle altre composizioni poetiche, l'osservazione è esatta: cambia lo stile, la lingua, la poesia, ma nel complesso si armonizzano con l'ufficiatura perché trattano del medesimo tema.
Nel caso di Giuseppe non è così. Si è ricordato sopra che la persona del patriarca biblico non appartiene alla tematica liturgica del santo e grande lunedì. Due infatti sono i temi che la poesia liturgica tratta con abbondanza: il fico maledetto e seccato, e la passione in generale.
Del primo tema troviamo la motivazione nel vangelo che si legge al mattutino (Mt 21,18-43).
Del secondo tema invece abbiamo testimonianze nel già citato Tipikòn della Grande Chiesa.
Al mattutino del lunedì della grande settimana, lì si canta come troparion del salmo 50 il seguente inno: "Tu che sei impassibile per la divinità, ma che per noi hai accettato (di soffrire nella carne), Signore, concedi alle anime nostre di poter celebrare nella pace la festa della tua resurrezione"(57).
Le letture della tritoéktê e del vespro sono quelle che si leggono ancora oggi nella liturgia bizantina e non hanno alcun accenno a Giuseppe.
Lo stesso problema sorge per le altre due memorie, con una particolarità che queste hanno un richiamo nel Vangelo letto ai vespri.
Da tutto questo si può dedurre che la memoria di Giuseppe era presente nella liturgia ma non a Bisanzio, o almeno non nella chiesa patriarcale di Santa Sofia. Forse nelle ufficiatura dei monasteri che, non essendo condizionate dal ritualismo unificante odierno, erano libere di strutturare l'ufficio secondo le loro esigenze e secondo le intuizioni poetiche dei monaci compositori di inni. Forse nella liturgia palestinese di Gerusalemme, o di S. Saba, o forse nelle altre liturgie orientali. Sta di fatto che è stata conservata solo una minima parte del culto liturgico di Giuseppe e che questo non proviene dalla Grande Chiesa di Costantinopoli.
Non si tratta dunque di una testimonianza erratica ma di una vera pietra miliare della spiritualità della Settimana santa e come tale accolta nella liturgia e proposta ai fedeli come esempio da imitare e come profezia del Cristo e del cristiano. 
A conferma di ciò abbiamo una omelia molto antica di Asterio di Amasea (410), il quale ricercando le origini tipologiche della redenzione nell'Antico Testamento, ci offre il primo parallelismo tra Giuseppe e Gesù Cristo (58).
L'omelia è impostata su cinque precise tematiche.
La prima tratta della gioia della Chiesa-sposa, perché lo sposo, Cristo, è risorto.
La seconda è un inno alla notte pasquale di alto lirismo poetico.
La terza sulla persona del patriarca Giuseppe, icona di Cristo.
La quarta su Giuseppe, modello per i nuovi cristiani.
La quinta su Giuseppe testimone nell'ultimo giudizio.
E' sorprendente come la terza tematica è ripresa nella sua globalità nell'Ufficiatura del Nymphíos.
Giuseppe è visto come l'anticipatore delle sofferenze del Messia: tutto ciò che è successo al figlio di Giacobbe è ciò che il Signore ha sofferto nella sua passione.
Asterio stesso lo afferma quando dice: "Giuseppe prefigura il Cristo; non ce ne meravigliamo, i testi sono abbastanza chiari. Di Giuseppe è detto: "Giacobbe amava Giuseppe più di tutti i suoi figli"; del Cristo: "Il Padre ama il figlio: gli ha dato potere su tutto". Il Padre fa preparare per Giuseppe una tunica di colore; e il Cristo dice: "La mia anima esulterà nel mio Dio, perché mi ha rivestito di vesti di salvezza, mi ha ricoperto con il manto della giustizia, come uno sposo si cinge il diadema". Di Giuseppe è scritto: "Giuseppe era bello di forme e bello di aspetto"; il profeta dice del Cristo: "Tu sei il più bello dei figli degli uomini". I fratelli hanno disonorato Giuseppe; e i Giudei hanno schernito il Cristo: "Noi non siamo nati da adulterio". Giuseppe è stato inviato ai suoi fratelli come un medico ed è caduto nelle loro trappole come un nemico; il Cristo venuto come pastore misericordioso, si è fato crocifiggere come un ladrone. Giuseppe è stato venduto per venti monete d'oro; il Cristo per trenta d'argento. Uno dei fratelli ha venduto Giuseppe agli Ismaeliti: "Sù, vendiamolo agli Ismaeliti"; uno dei dodici apostoli ha venduto il Cristo agli Israeliti. Là Giuda lo ha fatto vendere; qui Giuda lo ha venduto.
Giuseppe è stato chiuso in un cisterna, il Cristo nella tomba. Le calunnie dell'Egitto hanno gettato Giuseppe nella prigione; le false testimonianze della sinagoga hanno consegnato a Pilato Gesù incatenato. Giuseppe era detenuto insieme a due eunuchi, un coppiere e un panettiere; il Cristo era stato crocifisso con due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
Giuseppe inviò uno dei due eunuchi al palazzo del re; Il Cristo fa salire uno dei due ladroni nel suo regno: "In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso". Giuseppe, prigioniero d'Egitto, si tolse i suoi vestiti e fuggì; il Cristo prigioniero della morte uscì dalla tomba, abbandonando il lenzuolo che lo ricopriva. L'Egitto vide le vesti di Giuseppe e non poté trattenerlo; la tomba vide il lenzuolo e restò priva del Signore, poiché non era in suo potere sottometterlo alla sua legge" (59).
Si tratta di una vera e propria meditazione sulla passione del Signore, prefigurata in Giuseppe.
Gli inni riprendono alla lettera le parole di Asterio confermando che la memoria del patriarca era presente nell'antica ufficiatura della Pasqua.
Ancora altre frasi sono degne di nota, poiché le ritroveremo negli inni: "Così voi tutti, che mi avete udito parlare di Giuseppe imitatene la saggezza (sôphrosynê)... Imita la sua castità (katharótês). (L'egiziana)si impadronì della sua tunica, ma non poté togliergli la sua temperanza... Se la padrona non ha potuto piegare lo schiavo sotto il peso del peccato, non lasciarti gettare, tu nuovo battezzato, nella schiavitù di una prostituta e respingi la schiava libertina (la passione), che si avvicina al tuo letto di uomo libero"(60).
E infine, continua Asterio, Giuseppe sarà a fianco di coloro che hanno conservato puro l'abito battesimale (stolê), ma biasimerà tutti quei battezzati che, dopo tutte le grazie ricevute, che lui non ha avuto, perché vissuto prima di Mosè e di Cristo, sono diventati schiavi della schiava, cioè della vita passionale, che invece lui, col solo timore di Dio, è riuscito a vincere (61).

Gli inni e il loro contenuto

a) Gli inni del Mattutino

Il kontákion

"Giacobbe piangeva la perdita di Giuseppe, ma quel valoroso sedeva sul cocchio onorato come re. Poiché allora non servì ai piaceri dell'egiziana, in cambio fu coperto di gloria da Colui che vede i cuori degli uomini e distribuisce l'incorruttibile corona".

L'Oíkos

"Ora aggiungiamo pianto al pianto; con Giacobbe battendoci il petto, versiamo lacrime su Giuseppe il casto, degno del nostro canto. Fu schiavo nel corpo, ma serbò l'anima libera ed ebbe signoria su tutto l'Egitto; poiché Dio dà ai suoi servi una incorruttibile corona".

Il kontákion e l'oíkos fanno riferimento agli episodi della Genesi narrati nei capitoli 37, 39 e 41, per quello che riguarda la sventura di Giuseppe nei rapporti con i suoi fratelli e la fortuna che trovò alla corte del faraone dopo la sua prigionia.
"E' evidente che Giuseppe è figura di Gesù: venduto dai suoi fratelli, trascinato da loro per invidia fino all'orlo della morte, ma esaltato e glorificato da Dio, che ne fa il salvatore del suo popolo e di quanti ricorrono a lui" (62). Mentre il rimanente dei due inni canta la sua "castità", tema proprio del doxastikòn:

Il Doxastikòn

"Trovando nell'egiziana una seconda Eva, si studiava il Drago di far cadere Giuseppe nella lusinga delle sue parole; ma egli abbandonò la veste e fuggì il peccato e nudo non si vergognava, come il Progenitore prima della disubbidienza. Per le sue preghiere, o Cristo, abbi pietà di noi"

È interessante soffermarci su quest'ultimo inno e su quelli dell’Apódhipnon, perché la tematica della "castità" è più profonda di quello che può sembrare a prima vista.
L’argomento può sembrare il solito tema obsoleto di sempre, ma non è così, perché per castità si deve intendere non tanto la virtù che impone al cristiano l'uso corretto della sessualità, bensì la sôfrosynê che è la capacità dell'uomo di dominare se stesso, nella sua totalità passionale e non solo per le passioni sessuali. 
Il tema ritorna negli inni dell'Apódhipnon, che benché più recenti degli inni del Mattutino, si ricollegano molto bene alla tematica della virtù e della mimêsis:

b) Gli inni della Compieta

Ode I

a) "Imitiamo la castità (la sôphrosynê)  di Giuseppe, o fedeli, riconosciamo colui che ha onorato la natura spirituale degli uomini, vivendo anche noi con ogni vigilanza nel compimento della virtù".

b) "Delineando l'icona del Signore, Giuseppe fu gettato in una fossa, e venduto dai suoi fratelli. Tutto sopporta quell'uomo glorioso vero tipo del Cristo".

Ode VIII

"Trovando nell'egiziana una nuova Eva, il patriarca Giuseppe non si lasciò trascinare ad una azione scellerata, ma rimase saldo, come il diamante, contro le passioni, senza divenire schiavo del peccato".

Ode IX

"Sconosciuta agli impuri la castità sconosciuta ai giusti l'iniquità. Il grande Giuseppe sfuggì il peccato e divenne modello di castità vera icona di Cristo".

Lasciamo, anche per questo commento, la parola a Maria Gallo che ha saputo con poche parole essere genialmente esaustiva e comprensiva:
"Ci pare tuttavia importante sottolineare altri due elementi che possono sembrare meno ovvi: il confronto con Adamo e l'invito a riconoscere in Giuseppe colui che ha onorato la natura spirituale dell'uomo. 
Il riferimento ai primi capitoli della Genesi è particolarmente importante; ogni volta che il testo stabilisce un confronto di questo tipo ci sembra che il lettore non debba lasciarlo cadere, anche se non sempre avremo la possibilità di rilevarlo.
Più si fa puntuale e penetrante il confronto con la storia dei primordi, più si illumina il mistero pasquale cui tutto converge e più si illumina di riflesso il mistero dell'uomo: creatura, peccatore, salvato per puro dono.
Giuseppe è paragonato ad Adamo, che nudo non si vergognava (Gn 2,25), perché prima del peccato la sua nudità di creatura, priva per sé di essere e di dignità, era ricoperta dal manto della gloria di Dio, dell'amicizia con Lui, della consacrazione a Lui, dell'innocenza.
Dunque, tra tutte le figure del Signore Gesù, la Chiesa considera con particolare attenzione Giuseppe, perché vede in lui il tipo del nuovo Adamo, del corpo spirituale, della carne gloriosa, che sta per risorgere dal sepolcro del Cristo, inaugurando la natura nuova dell'uomo redento.
Giuseppe sta in mezzo, tra il primo Adamo peccatore, denudato della gloria e coperto di vergogna, e il nuovo Adamo rivestito di gloria e di incorruttibilità (1 Cor 15,45).
Egli è il segno profetico di quella libertà dalle passioni e di quella vita da figli di Dio perché figli della resurrezione (Lc 20,36), che la passione immacolata e la risurrezione gloriosa dell'Unigenito Figlio hanno inaugurato per noi" 63).

domenica 14 aprile 2019

Settimana Santa I. Dalla settimana di Lazzaro e la Domenica delle Palme al Giovedì Santo nella tradizione bizantina. ( di Sua Ecc.za Mons. Manuel NIN, OSB)


Ecco lo Sposo che viene nel mezzo della notte
La settimana che precede la Domenica delle Palme nella tradizione bizantina, segna quasi una conclusione, si potrebbe dire un voltare le spalle alla penitenza quaresimale per guardare il Signore che sale a Gerusalemme per esservi crocifisso e essere risorto al terzo giorno. La peregrina Egeria indica già la celebrazione della risurrezione di Lazzaro prima della Domenica delle Palme nella Gerusalemme del IV secolo, celebrazione poi recepita da tutte le Chiese cristiane -orientali e occidentali- in questa settimana precedente le Palme. È una settimana che ci fa seguire il cammino di Gesù verso Betania e quindi verso Gerusalemme; i testi liturgici ci fanno avvicinare in un modo molto pedagogico a questo cammino che Gesù porta a termine, ma soprattutto ci fanno avvicinare a quello che si manifesterà pienamente nei giorni santi, cioè la filantropia di Dio manifestata in Gesù Cristo, il suo amore reale e concreto per l'uomo. 
Il lunedì ci introduce nel cammino di Gesù verso Betania: "Oggi la malattia di Lazzaro viene manifestata a Cristo, che si trattiene al di là del Giordano... coi suoi apostoli verrà il Signore per risuscitare un nativo di questa terra". Il martedì prosegue col processo della malattia; i testi sottolineano la pedagogia voluta da Cristo anche dal suo attardarsi al di là del Giordano: "Oggi come ieri Lazzaro soffre la malattia... nella gioia, preparati Betania, per ricevere il tuo maestro e il tuo Re e canta con noi: Signore, gloria a te". Martedì al vespro e mercoledì si parla già della morte e quindi della sepoltura di Lazzaro: "In questo giorno Lazzaro consegna lo spirito... per riaffermare nel tuo amico la fede nella tua divina risurrezione che calpesta la morte e ci dà la vita; per questo noi ti lodiamo e ti cantiamo".
Nel mercoledì al mattutino troviamo presenti nei diversi tropari sia Lazzaro morto sia il povero Lazzaro di Lc 16: "I farisei, vestiti di porpora e di seta... hanno come tesoro la Legge e i Profeti; essi hanno fatto crocifiggere te, il Povero, fuori delle porte della città … e ti hanno rifiutato malgrado la tua risurrezione te, che sei da sempre nel seno paterno … La grazia sarà per loro come la gotta di acqua desiderata dal ricco empio... ed essi vedranno una moltitudine di pagani che nel seno di Abramo portano il vestito del battesimo e la porpora del tuo sangue…". .

Il giovedì sottolinea già la vittoria di Cristo sulla morte: "Lazzaro è nella tomba da due giorni... si avvicina il Creatore per spogliare la morte e darci la vita; per questo noi lo invochiamo: Signore, gloria a te". Infine il venerdì mescola la gioia dell’imminente risurrezione di Lazzaro e quella dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme: "O Cristo, che siedi sui serafini celesti nella divina maestà di Creatore dell'universo, adesso nella terra ti prepari a sedere su un asinello; Betania si rallegra di accoglierti come Salvatore, Gerusalemme si rallegra di ricevere il Messia atteso...". 
I testi del sabato di Lazzaro sono mescolati tra il tema della risurrezione di Lazzaro e quello della risurrezione di Gesù; si sottolinea il parallelo tra i due sabato: quello di Lazzaro e quello di Gesù dopo sette giorni: "Volendo vedere la tomba di Lazzaro, o Signore, tu che volontariamente ti accingevi ad abitare una tomba...". 

Tutta la sesta settimana di Quaresima viene inquadrata in questa contemplazione dell'incontro ormai vicino tra Gesù e la morte. La grande filantropia di Dio che si rivelerà nella croce di Cristo, ci viene fatta pregustare nella filantropia verso l’amico Lazzaro. Cristo si confronta dapprima con la morte dell''amico e poi, una settimana più tardi con la propria. E in questo suo cammino verso Betania e verso Gerusalemme i testi liturgici riescono a coinvolgerci appieno. 

Per quanto riguarda la Domenica delle Palme essa diventa e una conclusione della salita di Gesù verso Betania e verso Gerusalemme, e una apertura -un portico- della salita di Gesù verso la croce. Il primo aspetto, l'ingresso regale di Gesù a Gerusalemme, è visto come conseguenza della prima vittoria di Gesù sulla morte, quella di Lazzaro. L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è una nuova teofania; Dio entra umile nella sua città: "Colui che ha per trono il cielo, e la terra come sgabello dei suoi piedi: il Verbo di Dio Padre, il Figlio coeterno, oggi viene a Betania, umilmente seduto su un puledro d'asina...Tu che cavalchi sui cherubini e sei esaltato dai serafini, come Davide monti su un puledro, o Buono…". E' chiara, dunque, la celebrazione attorno all'ingresso di Gesù: ingresso come Re a Gerusalemme; ingresso nell'umiltà nella vita sacramentale della comunità cristiana; ingresso nella vita di ogni cristiano, di ogni uomo.
Lunedì, Martedì e Mercoledì Santi. 

Nella tradizione bizantina nei tre primi giorni della Settimana Santa, viene messa in luce la figura di Cristo come Sposo, cioè le nozze di Dio con la Chiesa, con l'umanità. Questo è un fatto comune a tutte le liturgie orientali: le tradizioni siriache hanno una celebrazione chiamata “delle lampade” in cui viene pure rappresentata liturgicamente nella chiesa la parabola delle dieci vergini. Tutti i tre giorni commemorano qualche personaggio concreto: al Lunedì Santo viene assegnata la memoria del patriarca Giuseppe, e del fico maledetto da Gesù (Mt 21, 18); Giuseppe è prefigurazione di Gesù: venduto dai suoi fratelli, portato alla sofferenza, esaltato da Dio che lo costituisce salvatore del suo popolo. Per quanto riguarda il Martedì Santo, nella prospettiva del tema dello Sposo, viene considerata la parabola delle dieci vergini (Mt 24-25). Il Mercoledì Santo viene fatta memoria della donna peccatrice che unse i piedi di Gesù (Mt 26,6-13). Al di là dell'identità della donna, che la liturgia non chiarisce, il mistero teologico sottolineato nella liturgia bizantina è quello della donna peccatrice che arriva a contatto col Cristo incarnato, Dio e uomo con le lacrime e con l'olio profumato -simboli ambedue battesimali. Tali simboli risultano essere tanto calzanti quanto più si inseriscono bene anche in un contesto di conversione. 
Due testi centrano l'ufficiatura di questi tre giorni: "Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, beato quel servo che troverà vigilante, indegno quel servo che troverà negligente! Guarda dunque anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio; per intercessione della Madre di Dio abbi pietà di noi". Il secondo tropario: "Vedo il tuo talamo adorno, o mio Salvatore, e non ho la veste per entrare. Fa' risplendere la veste dell'anima mia, o tu che doni la luce, e salvami!".  Il tema dell'attesa dello Sposo; i tropari rileggono Mt 25,6: lo Sposo che arriva nel mezzo della notte. L'attesa del ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso all'inizio della Quaresima, diventa adesso molto più pressante con l'uso dell'immagine e del tema evangelico dell'arrivo e dell'incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce.
Giovedì Santo. Nella tradizione bizantina il Giovedì Santo celebra raggruppati: la lavanda dei piedi, l'ultima cena, la preghiera di Gesù nell'orto e il tradimento di Giuda. I testi dell’ufficiatura riprendono il biasimo alla figura di Giuda traditore non tanto in un compiacersi in esso, bensì per mettere in guardia il cuore di qualsiasi cristiano di fronte alla possibilità di tradimento di Colui che ci ha chiamati, e di noi è diventato servo ed amico: "Preso il pane tra le mani, il traditore in segreto le tende per ricevere il prezzo di colui che con le proprie mani ha plasmato l=uomo: e non si risolleva dal suo male Giuda, servo e l=ingannatore…". La mattina del Giovedì celebra già il vespro, con la liturgia di San Basilio e la lavanda dei piedi –celebrata questa soltanto nelle cattedrali dal vescovo, e nei monasteri.
Vorrei soffermarmi sul tropario che apre l'ufficio del mattutino: "Mentre i gloriosi discepoli erano illuminati nella lavanda -letteralmente nel catino- della Cena (Gv 13,1ss), allora Giuda si ottenebrava (Gv 13,30), l'empio, malato di cupidigia (Sal. 33,22;). E consegna te, il Giudice giusto (2Tim 4,8), in mano ai giudici iniqui. Vedi l'amico del danaro (Gv 12,6), per questo finisce impiccato! (Mt 27,5). Fuggi l'anima insaziabile, che tanto ha osato contro il Maestro. O Signore buono con tutti, gloria a te". I due termini "illuminati" e "lavanda" sono da collocare in un contesto chiaramente battesimale; la lavanda dei piedi dei discepoli è vista quasi come il battesimo dei discepoli che precede la cena eucaristica, e la cena stessa è il luogo di questa lavanda, di quest'illuminazione. I discepoli sono illuminati, mentre Giuda entra nella notte, vista questa come spazio senza luce. 

sabato 13 aprile 2019

Domenica delle Palme: descrizione dell'icona

DOMENICA DELLE PALME



    La solennità speciale di questa Domenica viene dall’antica tradizione di Gerusalemme (sec. 4°), dove sul "luogo stesso", proclamando l’Evan-gelo dell’evento, la Chiesa celebrava il Vespro facendo la "stazione" dalla basilica dell’Eleona, sul Monte degli Olivi. Poi in processione con tripudio di canti e reggendo le palme, la Comunità si recava alla basilica dell’Anástasis, visitando il luogo del Golgota; quindi si celebrava la Divina Liturgia di S. Giacomo (greca). Cominciava così la Settimana più densa dell’anno quanto a contenuti evocativi e celebrativi.
    Le note che risuonano oggi formano un’intensa sovrapposizione di gioia per la Gloria del Signore che si manifesta, e di profonda meditazione sul senso che la Passione prossima ha per Lui, per tutti i fedeli redenti e santificati, per il destino del mondo.

T. Federici: “Resuscitò Cristo” Commento alle letture della Divina Liturgia Bizantina
Eparchia di Piana degli Albanesi - Palermo 1996


DESCRIZIONE DELL’ICONA

Lo schema iconografico di questa icona è stato sempre lo stesso col passare dei secoli e questo perché ha avuto come unico elemento di riferimento il racconto degli Evangelisti.

L’icona colloca al centro Gesù sul puledro mentre entra in Gerusalemme. Alla sua sinistra si vede una montagna e due case che emergono da un muro di recinzione. Alla base della montagna c’è una grotta da cui fuoriescono i discepoli. Al centro si vede l’albero da cui i ragazzi tagliano i rami per festeggiare l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme. Altri ragazzi stendono ai piedi di Gesù i loro mantelli per accogliere il messia re. A destra c’è il popolo che accoglie Gesù con i rami di ulivo mentre entra nella città di Gerusalemme che è raffigurata tutta circondata da possenti ed alte mura.

Veniamo ora alla descrizione dei particolari dell’icona.
Le due case che si vedono a sinistra in alto sulla montagna, stanno ad indicare il villaggio di Bètfage da dove parte Gesù. Leggiamo infatti nei vangeli: Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: “Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui. E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte così: Il Signore ne ha bisogno”. Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto. Mentre scioglievano il puledro, i proprietari dissero loro: “Perché sciogliete il puledro?”. Essi risposero: “Il Signore ne ha bisogno”. (Lc 19,29-35).

“Non considerate questo fatto come una cosa di poco conto, - commenta Giovanni Crisostomo – chi può persuadere delle persone, verosimilmente povere e che si guadagnano la vita con il loro lavoro, a lasciarsi portar via i loro animali, forse unica loro proprietà, senza opporsi? Ma perché dico senza opporsi? Anzi, senza neppure dire una parola, o quanto meno, dopo aver chiesto il motivo tacendo e acconsentendo. Mi sembra, infatti, che nell’uno e nell’altro caso il comportamento di costoro è ugualmente ammirevole, sia che non abbiano fatto resistenza quando vennero portate via le bestie, sia che – dopo aver chiesto e avuto la spiegazione degli apostoli: il Signore ne ha bisogno – abbiano acconsentito, pur non vedendo il Signore, ma solo i suoi discepoli”.
I due discepoli condussero il puledro da Gesù e gettati i loro mantelli sull’animale, vi fecero salire Gesù. Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (Zac 9,9).

Il puledro della nostra icona procede baldanzoso, perché “Cristo, - commenta il Crisostomo – in questa occasione adempie due profezie: una mediante i suoi atti, e l’altra con le parole. Adempie la prima profezia cavalcando un’asina; e la seconda, realizzando le parole del profeta Zaccaria, il quale aveva preannunziato che il re avrebbe cavalcato un’asina. E, nell’adempiere l’antica profezia, ne avvia una nuova, prefigurando con i suoi atti ciò che sarebbe accaduto in avvenire: la chiamata dei gentili alla salvezza. Infatti i gentili erano considerati come animali impuri come lo è l’asino nella religione ebraica. In mezzo a loro egli si riposerà ed essi verranno a lui e lo seguiranno. Così la realizzazione di una profezia segna l’inizio di un’altra.

L’asino rappresenta l’elemento istintivo dell’uomo, una vita che si svolge tutta sul piano terrestre e sensuale. Lo spirito cavalca la materia che gli deve essere sottoposta, come Cristo cavalca l’asina. 
Nella Bibbia troviamo un episodio simile a quello dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. È quello che si riferisce alla tormentata successione e intronizzazione di Salomone quale successore di Davide sul trono di Israele. Leggiamo nel libro dei Re: “Il re Davide fece chiamare il sacerdote Zadòk, il profeta Natan e Benaià figlio di Ioiadà. Costoro si presentarono al re, che disse loro: “Prendete con voi la guardia del vostro signore: fate montare Salomone sulla mia mula e fatelo scendere a Ghicon. Ivi il sacerdote Zadòk e il profeta Natan lo ungano re d’Israele (1Re 1,32-34). Gesù, quale discendente di Davide, viene introdotto anche lui su un puledro figlio d’asina, ad occupare il posto di Re che gli era stato preparato. 

La domenica delle Palme è la festa dei bambini e l’iconografia dedica loro grande attenzione. Essi non si chiedono “Chi è costui?”, sono invece coloro che con le loro grida: “Osanna al figlio di Davide” suscitano l’indignazione di scribi e farisei. “Con la bocca dei bambini e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli” (Sal 8,3).

La montagna e i discepoli

La montagna che si erge sulla sinistra è il monte degli Ulivi da cui Gesù scese per entrare a Gerusalemme; numerosi, tuttavia, sono i suoi significati simbolici che in questa icona vengono espressi. Essa culmina in una cima con due punte perché si vuole sottolineare che nell’unica persona del Cristo ci sono due persone: quella divine e quella umana. È la montagna messianica che si ergerà contro quella di Sion. Sta scritto, infatti: “Il monte della casa del Signore sarà stabilito in cima ai monti e si alzerà al di sopra delle colline. Egli alzerà la mano contro il monte della figlia di Sion” (Is 2,2. 10,32). Guardando l’intera rappresentazione, la montagna si contrappone a Gerusalemme, la città chiusa entro le mura. Gesù in groppa al puledro guarda Gerusalemme, ma tutta la sua persona è volta verso la montagna, verso gli apostoli, il popolo nuovo. Il Crisostomo dice che “qui il puledro raffigura la Chiesa e il popolo nuovo che fin a quel momento era impuro e che diviene puro, quando Gesù si siede su di esso”. E continua osservando: “Notate qui come si mantiene il rapporto tra l’immagine e la realtà. Gli apostoli che sciolgono gli animali: sono infatti gli apostoli che hanno chiamato sia gli ebrei sia noi alla fede; e per mezzo loro siamo stati condotti a Cristo”.
Ai piedi della montagna si apre un antro da cui sembrano uscire al seguito di Cristo gli apostoli. Esso rappresenta la grotta del monte degli Ulivi “in cui insegnava il Signore” secondo quanto è testimoniato nel Diario della pellegrina Egeria. La grotta è una voragine nera, perché raffigura simbolicamente le tenebre. E i discepoli incarnano il popolo che camminava nelle tenebre che vide una grande luce, “su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1). Essi sono il popolo nuovo, rinnovato nella luce di Cristo.

La palma e Cristo

Sulla linea verticale che scorre idealmente al centro dell’icona vi è in primo piano il Cristo e, sullo sfondo, la palma da cui i bambini traggono dei rami per fare festa al Figlio di Davide. A Gerusalemme, ancora nella metà del secolo IV, vi era una tradizione che indicava la palma da cui erano stati staccati i rami per correre incontro al Cristo. Nelle Catechesi di Cirillo di Gerusalemme leggiamo: “Molti sono i veri testimoni di Cristo (…). Testimonia la palma che si trova nella valle e che fornì i rami ai fanciulli che allora inneggiarono a lui”. La presenza della palma in questa raffigurazione non è solamente un richiamo ad una realtà storica ma anche un elemento simbolico che si riferisce alla profezia di Isaia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, In quel giorno la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli (…) In quel giorno il Signore stenderà di nuovo la mano per riscattare il resto del suo popolo”. (Is 11,1-2. 11,10-11).
La palma è immagine del Cristo che colma il vuoto tra il monte di Dio, la Divinità, e la città, l’umanità.

La tunica del Cristo è di color porpora regale, mentre il suo mantello blu con riflessi dorati mostra la sua maestà. Ha tra le mani il rotolo dei nostri debiti, “il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli.

La Domenica Bizantina - Domenica 14 Aprile 2019 - Le Palme

14 APRILE 2019
DOMENICA DELLE PALME


1^ ANTIFONA

Igàpisa òti isakùsete Kìrios tis fonìs tis dheìseòs mu. Tes presvìes tis Theotòku, Sòter, sòson imàs.

Amo il Signore perché egli ascolta la voce della mia preghiera. Per l’intercessione della Madre di Dio, o Salvatore, salvaci.

2^ ANTIFONA

Epìstefsa, dhiò elàlisa; egò dhè etapinòthin sfòdhra. Sòson imàs, Iiè Theù, o epì pòlu ònu kathesthìs, psàllondàs si: Alliluia.

Ebbi fede perciò parlai a Dio, ma ero afflitto oltremodo. O Figlio di Dio, che hai cavalcato un puledro d’asina, salva noi che a te cantiamo: Alliluia.

3^ ANTIFONA

Exomologhìsthe to Kirìo, òti agathòs, òti is ton eòna to èleos aftù.

Tin kinìn anàstasin pro tu su pàthus pistùmenos, ek nekròn ìghiras ton Làzaron, Christè o Theòs; òthen ke imìs, os i pèdhes, ta tis nìkis sìmvola fèrondes, si to nikitì tu thanàtu voòmen: Osannà en tis ipsìstis, evloghimènos o erchòmenos en onòmati Kiriu.

Celebrate il Signore perché è buono, perché in eterno è la sua misericordia.

Per confermare la comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato Lazzaro, o Cristo Dio, onde anche noi come i fanciulli, portando i simboli della vittoria, a Te vincitore della morte, gridiamo: Osanna nel più alto dei cieli, bene-detto Colui che viene nel nome del Signore.

ISODIKÒN

Evloghimènos o erchòmenos en onòmati Kirìu. Theòs Kìrios ke epèfanen imìn. Sòson imàs, Iiè Theù, o epì pòlu ònu kathesthìs, psàllondàs si: Alliluia.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore, Dio è il Signore ed è apparso a noi. O Figlio di Dio, che hai cavalcato un puledro d’asina, salva noi che a te cantiamo: Alliluia.

APOLITIKIA

Tin kinìn anàstasin pro tu su pàthus pistùmenos, ek nekròn ìghiras ton Làzaron, Christè o Theòs; òthen ke imìs, os i pèdhes, ta tis nìkis sìmvola fèrondes, si to nikitì tu thanàtu voòmen: Osannà en tis ipsìstis, evloghimènos o erchòmenos en onòmati Kiriu.

Per confermare la comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato Lazzaro, o Cristo Dio, onde anche noi come i fanciulli, portando i simboli della vittoria, a Te vincitore della morte, gridiamo: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto Colui che viene nel nome del Signore.


Syndafèndes si dhià tu vaptìsmatos, Christè o Theòs imòn, tis athanàtu zoìs ixiòthimen ti anastàsi su ke animnùndes kràzomen: Osannà en tis ipsìstis, evloghimènos o erchòmenos en onòmati Kirìu.


Sepolti assieme a Te, o Cristo Dio nostro, per mezzo del battesimo, per la tua risurrezione siamo fatti degni della vita immortale. Perciò inneggiando gridiamo a Te: Osanna nel più alto dei cieli; benedetto Colui che viene nel nome del Signore.

KONDAKION

To thròno en uranò, to pòlo epì tis ghìs epochùmenos, Christè o Theòs, ton anghèlon tin ènesin ke ton pèdhon anìmnisin prosedhèxo voòndon si: Evloghimènos ì, o erchòmenos ton Adhàm anakalèsasthe.

O Cristo Dio, che nei cieli sei assiso sul tuo trono e sulla terra siedi su di un puledro, ti siano anche accette le lodi degli Angeli e le acclamazioni dei fanciulli giudei che a te gridano: Benedetto sei, Tu che vieni a rialzare Adamo.

APOSTOLOS (Filip.  4, 4 - 9)

- Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Il Signore è Dio ed è apparso a noi. (Sal 117,26)
- Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia. (Sal. 117,29)

Dalla lettera di San Paolo Ai Filippesi.

    Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.
   In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!

Alliluia (3 volte).

- Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto prodigi.
 (Sal  97,1).      

Alliluia (3 volte).

- Tutti i confini della terra hanno veduto la salvezza del nostro Dio. 
(Sal 97,3b). 

Alliluia (3 volte).


VANGELO  (Giovanni   12,1-18) 

   Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra d’olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”.
   Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”.
   Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
    Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!
   Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d’asina. Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto.  Intanto la gente che era stata con lui quando chiamò Lazzaro fuori dal sepolcro e lo risuscitò dai morti, gli rendeva testimonianza. Anche per questo la folla gli andò incontro, perché aveva udito che aveva compiuto quel segno.   

MEGALINARION

Theòs Kìrios ke epèfanen imìn. Sistìsate eortìn ke agallòmeni, dhèfte, megalìnomen Christòn, metà vaìon ke klàdhon ìmnis kravgàzondes: Evloghimènos o erchòmenos en onòmati Kirìu, Sotìros imòn.

Il Signore è Dio ed è apparso a noi. Celebrate con esultanza la festa, e giubilando venite a magnificare il Cristo, con palme e rami, gridando a Lui l’inno: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore, nostro Salvatore. 

KINONIKON

Evloghimènos o erchòmenos en onòmati Kirìu. Alliluia.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Alleluia

DOPO “SOSON, O THEOS”

Tin kinìn anàstasin .... Per confermare .....      

Preghiera dell’ambone

   Noi lodiamo, o Cristo Dio nostro, l'ineffabile condiscendenza con la quale tu, cui è trono il cielo e sgabello la terra, non hai disdegnato d'incarnarti e di nascere dalla Santa Vergine e come uomo di venir adagiato in una mangiatoia per animali, non che di cavalcare su di un asinello per avviarti alla volontaria passione per amor nostro tu che divinamente esaltato dagli incessanti inni delle celesti potenze muovi i bambini innocenti a intonare un cantico nuovo sulla terra, armonizzandolo tu sulla bocca dei pargoli e dei lattanti e eccitando le lingue, balbettanti a ripetere: Gloria nei cieli e pace sulla terra! 
   Signore, permetti che anche noi peccatori servi tuoi innalziamo con essi insieme i nostri cantici trionfali a te vincitore della morte, e che a te gridiamo: Benedetto sei tu che vieni nel nome del Signore e che senza separarti, dalla gloria paterna verrai a giudicare il mondo nella giustizia.
   Ma intanto rendici degni della tua visita e dell'accoglienza tua, dopo averci coronati per le vittorie (riportate) contro le passioni, non con palme o con rami, ma con gli splendori della virtù, affinché festanti moviamo incontro a te che ritornerai sulle nuvole nella gloria ed entriamo a parte del tuo regno. E ai tuoi governanti fedeli dona la vittoria contro i nemici, poiché tu sei amorevole per gli uomini e glorificato con il padre tuo che non ha principio e con il tuo Spirito tuttosanto e buono e vivificante, ora e sempre e per i secoli dei secoli.

INVECE DI “II TO ÒNOMA KIRÌU”

Tin kinìn anàstasin .... Per confermare .....      







venerdì 12 aprile 2019

La Resurrezione di Lazzaro - Commento Spirituale

Il Sabato di Lazzaro




La sesta e ultima settimana di Quaresima si chiama “Settimana delle Palme”. Nei sei giorni che precedono il sabato di Lazzaro e la Domenica delle Palme, la liturgia della Chiesa ci fa seguire il Cristo a cominciare dal suo primo annuncio della morte del suo amico e dall’inizio del suo viaggio a Betania ed a Gerusalemme. Il tema ed il tono di questa settimana sono annunciati al vespro della domenica precedente: “Cominciando con zelo la sesta settimana di Quaresima, offriremo al Signore inni, annunciando la festa delle palme, a lui che viene con gloria e potenza divina a Gerusalemme per mettere a morte la morte...”.

Il centro dell’attenzione è Lazzaro, la sua malattia, la sua morte ed il dolore dei suoi congiunti e la reazione del Cristo a tutto ciò. Così al lunedì leggiamo: “Oggi la malattia di Lazzaro appare al Cristo mentre egli cammina sull’altra riva del Giordano...”. Al martedì udiamo le parole: “Ieri ed oggi Lazzaro è malato...”. Al mercoledì si legge: “Oggi Lazzaro morto è portato alla sepoltura ed i suoi congiunti piangono...”. Al giovedì: “Due giorni or sono Lazzaro è morto...”. Infine al venerdì: “Domani il Cristo viene a sollevare il fratello morto (di Marta e Maria)...”.

Tutta la settimana passa così nella contemplazione spirituale del prossimo incontro tra Cristo e la morte, dapprima nella persona del suo amico Lazzaro, poi nella morte del Cristo stesso. È l’avvicinarsi di quell’ora del Cristo di cui egli stesso ha parlato e verso la quale era rivolto tutto il suo ministero terreno. Dobbiamo dunque chiederci: Qual è il posto ed il significato di questa contemplazione nella liturgia quaresimale? In che rapporto sta con il nostro sforzo quaresimale? Queste domande ne presuppongono un’altra nella quale dobbiamo brevemente trattenerci. Nella commemorazione degli avvenimenti della vita del Cristo, la Chiesa molto spesso, se non sempre, trasferisce il passato nel presente. Così nel giorno del Natale cantiamo: “Oggi la Vergine dà alla luce...”; il Venerdì Santo: “Oggi sta davanti a Pilato...”; nella Domenica delle Palme: “Oggi egli viene a Gerusalemme...”. Da qui la domanda: qual è il significato di tale trasposizione, il senso di questo “oggi” liturgico? La stragrande maggioranza di coloro che frequentano la chiesa probabilmente l’interpreta come una metafora retorica, come una “figura poetica”. Il nostro moderno accostamento al culto è o razionale o sentimentale.

L’accostamento razionale consiste nel ridurre la celebrazione liturgica a “idee”. Esso ha le radici nella teologia “occidentalizzante” che s’è sviluppata nell’Oriente ortodosso dopo il tramonto dell’età patristica, per la quale la liturgia è, nel migliore dei casi, materiale rozzo per ordinate definizioni e proposizioni intellettuali. Quello che nel culto non può essere ridotto ad una verità intellettuale è etichettato come “poesia”, cioè come qualcosa da non prendersi troppo seriamente. E poiché è ovvio che gli avvenimenti commemorati dalla Chiesa appartengono al passato, all’oggi liturgico non viene attribuito alcun significato serio. Per quanto concerne l’accostamento sentimentale, esso è il risultato di una pietà individualistica e concentrata nell’io, che è in molti casi la sostituzione della teologia intellettuale. Per questo genere di pietà il culto è soprattutto un’utile cornice per la preghiera personale, uno sfondo ispiratore il cui fine consiste nel “riscaldare” il nostro cuore e dirigerlo verso Dio. Il contenuto ed il significato degli uffici liturgici, dei testi sacri, dei riti e delle azioni sono in questo caso di secondaria importanza, essi sono utili ed adeguati finché mi fanno pregare! Ed in tal modo l’oggi liturgico si dissolve come se fossero tutti gli altri testi liturgici una specie di “preghiera” indifferentemente devozionale ed ispirata.

A causa della lunga consuetudine della nostra mentalità ecclesiastica con questi due modi di accostarsi all’ufficio liturgico oggi è molto difficile dimostrare che la reale liturgia della Chiesa non può essere ridotta né a “idee” né ad una “preghiera”; non si possono celebrare idee! Per quanto riguarda la preghiera personale, non è detto nell’Evangelo che quando desideriamo pregare dobbiamo chiuderci nella nostra camera ed entrare lì in comunione personale con Dio? (cfr. Matteo 6, 6). Il concetto di celebrazione implica un avvenimento e la reazione sociale o di ciascun membro ad esso. Una celebrazione è possibile solo quando la gente si raduna insieme e, trascendendo la separazione naturale e l’isolamento reciproco, reagisce insieme come un corpo, come fa una persona di fronte ad un avvenimento (per esempio l’arrivo della primavera, un matrimonio, un funerale, una vittoria, ecc...). Ed il miracolo naturale di ogni celebrazione consiste precisamente nel fatto che essa trascende, sia pur per un tempo determinato, il livello delle idee e quello dell’individualismo. Nella celebrazione si perde davvero se stessi e si trovano gli altri, in un’unica via. Ma qual è il significato dell’Oggi liturgico con cui la Chiesa inaugura tutte le sue celebrazioni? In che senso sono passati gli eventi celebrati Oggi?

Si può dire, senza paura di esagerazione, che tutta la vita della Chiesa è una continua commemorazione e memoria. Alla fine di ogni ufficio divino ci ricordiamo i nomi dei santi “di cui celebriamo la memoria”; ma, dietro a tutte queste memorie, è la Chiesa ad essere il memoriale di Cristo. Da un punto di vista puramente naturale, la memoria è una facoltà ambigua. Così, il ricordare qualcuno che amiamo e che abbiamo perduto significa due cose. Da un lato la memoria è molto più che una semplice conoscenza del passato. Quando io ricordo mio defunto padre, io lo vedo: egli è presente nella mia memoria, non come una somma totale di tutto ciò che conosco di lui, bensì in tutta la sua realtà vivente. Tuttavia, d’altra parte, è proprio questa presenza che mi fa sentire acutamente che egli non è più qui, che mai più su questa terra toccherò quella mano che vedo così vividamente nella mia memoria. La memoria è così la più meravigliosa e nello stesso tempo la più tragica di tutte le facoltà umane, poiché nulla rivela meglio la natura spezzata della nostra vita, l’impossibilità per l’uomo di conservare realmente e di possedere davvero qualcosa in questo mondo. La memoria ci rivela che il “tempo e la morte regnano sulla terra”.

Ma è appunto a causa di questa funzione unicamente umana della memoria, che i Cristiani si concentrano su di essa, poiché essa consiste in primo luogo nel far memoria di un Uomo, di un Evento, di una Notte, nella cui profondità e oscurità ci venne detto: “...fate questo in memoria di me”. Ed ecco, il miracolo si realizza! Noi facciamo memoria di Lui ed Egli è qui: non come un’immagine nostalgica del passato, non come un triste “non più”, ma con tale intensità di presenza, che la Chiesa può eternamente ripetere le parole dei discepoli di Emmaus: “Non bruciavano i nostri cuori nel petto...?” (Luca 24, 32).

La memoria naturale è in primo luogo la “presenza di un assente”, cosi che quanto più colui che ricordiamo è presente, tanto più acuta è la sofferenza per la sua assenza. Ma, nel Cristo, la memoria è diventata di nuovo la facoltà di ricomporre il tempo spezzato dal peccato e dalla morte, dall’odio e dall’oblio. Ed è questa memoria nuova in quanto potere superiore sul tempo e sulla sua frantumazione, che si trova al centro della celebrazione liturgica, dell’oggi liturgico. Certo, non c’è dubbio, la Vergine non dà alla luce oggi; nessuno, attualmente, sta di fronte a Pilato; ed in quanto fatti, questi eventi appartengono al passato. Ma oggi noi possiamo far memoria di questi fatti e la Chiesa è in primo luogo il dono e il potere di questa memoria che trasforma i fatti del passato in eventi di una portata eterna.

La celebrazione liturgica è così un ri-entrare della Chiesa nell’evento e ciò non significa soltanto la sua “idea”, ma la sua gioia o la sua tristezza, la sua vita e la sua concreta realtà. Una cosa è il sapere che con il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” il Cristo crocifisso manifestò la sua “kenosis” e la sua umiltà. Ma è una cosa del tutto diversa celebrarlo ogni anno in quel Venerdì unico in cui, nel quale senza cercar di razionalizzare, sappiamo con assoluta certezza che queste parole, proferite una volta per tutte, rimangono eternamente reali così che nessuna vittoria, nessuna gloria, nessuna “sintesi” potranno mai cancellarle. Una cosa è spiegare che la risurrezione di Lazzaro aveva lo scopo di “confermare la risurrezione universale” (cfr. il Tropario del giorno): una cosa ben diversa è celebrare giorno dopo giorno, per un’intera settimana, questo lento approssimarsi dell’incontro tra la vita e la morte, il divenire parte di esso, il vedere con i nostri stessi occhi e il sentire con tutto il nostro essere ciò che comportano le parole di Giovanni: “Egli gemeva nel suo spirito, era turbato e... piangeva” (Giovanni 11, 33-35).

Per noi e a noi tutto ciò accade oggi. Noi non eravamo lì a Betania, presso la tomba, con le sorelle di Lazzaro che gridavano in pianto. L’Evangelo ce ne dà solamente conoscenza. Ma nella celebrazione della Chiesa, oggi, accade che un fatto storico divenga un evento per noi, per me, un effetto nella mia vita, una memoria, una gioia. La teologia non può spingersi oltre l’-idea-. E dal punto di vista dell’idea, abbiamo forse bisogno di questi cinque lunghi giorni, quando è sufficiente dire che la risurrezione di Lazzaro aveva lo scopo di “confermare la risurrezione universale”? Ma il punto sta proprio qui: che in sé e per sé questa affermazione non conferma niente. La vera “conferma” viene dalla celebrazione, e precisamente da quei cinque giorni durante i quali noi siamo testimoni dell’inizio di questa lotta mortale fra la vita e la morte e cominciamo non solo a capire quanto a essere testimoni del Cristo che sta andando a mettere a morte la morte. La risurrezione di Lazzaro, la meravigliosa celebrazione di questo sabato unico, è al di là della Quaresima. Il venerdì che lo precede cantiamo: “Avendo portato a termine gli edificanti quaranta giorni...” e, in termini liturgici, il sabato di Lazzaro e la Domenica delle Palme sono il preludio della croce. Ma l’ultima settimana di Quaresima, che è una continua pre-celebrazione di questi giorni, è la rivelazione definitiva del significato della Quaresima.

Abbiamo più volte detto che la Quaresima è la preparazione alla Pasqua; in realtà, però, nella comune esperienza, che per noi ora è divenuta ormai tradizionale, questa preparazione rimane astratta ed è tale solo di nome. La Quaresima e la Pasqua sono poste l’una accanto all’altra, ma senza una reale comprensione del loro legame e della loro interdipendenza. Anche se la Quaresima non è intesa come il periodo dell’adempimento della Confessione e della Comunione annuale, è di solito pensata in termini di sforzo individuale, anche solo così essa resta incentrata su se stessa. In altre parole, ciò che sembra virtualmente assente dalla nostra esperienza quaresimale è quello sforzo fisico e spirituale finalizzato alla nostra partecipazione all’oggi della Risurrezione del Cristo; non una moralità astratta, né un progresso morale, non un maggior controllo delle passioni e neppure un perfezionamento personale, bensì la partecipazione all’oggi ultimo e totale del Cristo che tutto abbraccia. Una spiritualità cristiana che non mirasse a questo rischierebbe di diventare pseudo-cristiana, poiché, in ultima analisi, sarebbe motivata dall’“io” e non da Cristo. Vi è il pericolo che, una volta purificata la dimora del cuore, fatta pulita e liberata dal demonio che l’abitava, essa resti vuota e il demonio vi ritorni “prendendo con sé altri sette spiriti peggiori di lui, ed essi entrino e vi alloggino e la condizione finale di quell’uomo diventi peggiore della prima” (Luca 11, 26). In questo mondo ogni cosa, ed anche la “spiritualità” può essere demoniaca. Pertanto è molto importante recuperare il significato ed il ritorno della Quaresima quale autentica preparazione al grande oggi di Pasqua.

Abbiamo visto ora che la Quaresima è divisa in due parti. Prima della Domenica della Croce la Chiesa ci invita a concentrare la nostra attenzione su noi stessi, a lottare contro la carne e le passioni, contro il male e tutti gli altri peccati. Ma, pur facendo questo, siamo costantemente esortati a guardare avanti, a misurare e a motivare il nostro sforzo con “qualcosa di meglio”, preparato per noi. Poi, a partire dalla Domenica della Croce, subentra il mistero della sofferenza di Cristo, della sua croce e della sua morte, che diventa il centro della celebrazione quaresimale. Essa diventa la “salita a Gerusalemme”. Infine, durante quest’ultima settimana di preparazione, la celebrazione del mistero ha inizio. Lo sforzo quaresimale ci ha resi capaci di allontanare tutto ciò che abitualmente e continuamente oscura in maniera consistente l’oggetto centrale della nostra fede, della nostra speranza e della nostra gioia. Il tempo stesso, per così dire, arriva ad un termine. Esso è ora misurato non in base alle nostre solite preoccupazioni ed affanni, ma da ciò che avviene sulla via che porta a Betania e poi a Gerusalemme. E, una volta di più, tutto questo non è retorica. Per colui che ha gustato la vera vita liturgica, fosse pure una sola volta e anche in modo imperfetto, vien quasi da sé che, a partire dal momento in cui udiamo: “Gioisci, o Betania, dimora di Lazzaro...” e poi: “Domani il Cristo viene...”, il mondo esterno diventi un po’ irreale e si provi quasi fatica a piegarsi alla necessità del contatto quotidiano con esso. La “realtà” è ciò che avviene nella Chiesa, in quella celebrazione che giorno dopo giorno ci fa capire che cosa significhi attendere e perché il Cristianesimo sia, prima di tutto, attesa e preparazione. Così, quando arriva quel venerdì sera e noi cantiamo: “Avendo portato a termine gli edificanti quaranta giorni...”, non abbiamo semplicemente adempiuto a un “obbligo” cristiano annuale; siamo pronti a far nostre le parole che canteremo il giorno seguente:

“In Lazzaro, il Cristo già ti distrugge, o Morte! E dov’è, o Inferno, la tua vittoria...?”.


da A. Schmemann, “The great Lent”, St. Vladimir’s Seminary Press 1974, 79-85 trad. A. S.
In “Messaggero Ortodosso”, Roma, aprile-maggio 1986, nn. 4-5, pp. 4-11.



 
ALLA LITURGIA

Tropari

Per confermare la comune resurrezione,
prima della tua passione,
hai risuscitato dai morti Lazzaro, o Cristo Dio;
perché anche noi, come i fanciulli,
portando i simboli della vittoria,
a Te, vincitore della morte, gridiamo:
Osanna nel più alto dei cieli,
benedetto Colui che viene
nel nome del Signore. 

O Cristo, gioia di tutti,
verità, luce, vita e resurrezione del mondo,
per amore ti sei manifestato ai mortali,
e sei divenuto modello della comune resurrezione,
concedendo a tutti il perdono divino.

Ebrei 12, 28-29 - 13, 1-8; Giovanni 11, 1-45.

Kinonikòn

Dalla bocca dei fanciulli e dei lattanti
ti sei procurata lode.